LE 3 PSICOFASI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS: AZIONI POSITIVE ALLA PORTATA DI TUTTI PER SUPERARE LA PSICOFASE 3

LE 3 PSICOFASI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS:

AZIONI POSITIVE ALLA PORTATA DI TUTTI PER SUPERARE LA PSICOFASE 3 Psicopillopla di Cristina Sciacca Psicologa contatto Skype: Cristina Sciacca

Con questa psicopillola, vorrei porre l’attenzione sulle tre fasi psicologiche, le psicofasi, che si possono individuare in questi tempi di coronavirus per porre l’attenzione, appunto, sulla terza che stiamo ora attraversando ed indicare quali atteggiamenti mentali, comportamenti e buone prassi adottare per farvi fronte.

Le fasi psicologiche che viviamo e stiamo vivendo in questi tempi di coronavirus sono qualcosa di intangibile, si tratta di processi inconsapevoli, inconsci, ma che possono travolgerci.

Se vi prestiamo attenzione, attivando le nostre risorse riflessive (è sempre l’attivazione del cervello corticale che ci consente la razionalità e la consapevolezza), credo che tutti le possiamo riconoscere per gestirle in mono efficace e, appunto, non farci travolgere da esse.

Mi riferisco ai risvolti emotivi che sono interconnessi ai nostri comportamenti ed al nostro modo di percepire il mondo che ci circonda e/o che abbiamo dentro di noi e che tanto influenza il nostro modo di percepire e reagire all’ambiente.

In questi giorni c’è un gran parlare dell’attivazione della Fase 2, che sarà quella della ripresa delle attività economiche con azioni tangibili. Siamo in attesa che il Presidente del Consiglio  e i membri del Governo incaricati di gestire la Crisi ci illustrino come sarà, quando inizierà, cosa comporterà, in termini di azioni e comportamenti da attuare per l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica.

Facciamo un gran parlare della fase 2 che deve arrivare, ma io penso che siamo già alla fase psicologica 3 e che sia questa che dobbiamo gestire con la difficoltà della sua intangilibilità, che però diventa tangibile in termini di malessere psicologico di tutti noi che stiamo vivendo una esperienza traumatica.

Ho individuato queste tre fasi psicologiche ai tempi del coronavirus, che ho chiamato PSICOFASI: 1.negazione/panico, 2.accettazione, 3.Gestione della fatica e dello stress psicofisico.

Le psicofasi hanno avuto inizio attorno a fine gennaio ed hanno comportato un cambiamento collettivo che si trasforma e ci porterà a nuove psicofasi, fino a quando ritorneremo, tra un tempo ancora indefinito a sentirci nuovamente al sicuro dal punto di vista della salute, delle nostre condizioni economiche e di vita, situazioni che portano a vivere in uno stato emotivo di una certa sicurezza (https://cristinasciaccapsicologa.it/vita-ai-tempi-del-coronavirus-test-qual-e-la-situazione-che-sto-vivendo/).

Le emozioni sono naturali, fanno parte dell’uomo ed è fondamentale riconoscerle e accettarle per poterle fronteggiare con modalità e comportamenti volti a gestirle in modo efficace e non dannoso per se stessi, o per chi ci sta vicino.

Questa psicopillola è stata creata al fine di portare a consapevolezza l’aspetto emotivo/psicologico per non essere succubi della nostra stessa emotività, e per facilitare l’attribuzione di senso di ciò che si vive e per promuovere azioni positive di buone prassi che ognuno può attuare nella propria realtà indicando le azioni positive alla portata di tutti per superare la psicofase 3 .

Come per le altre psicopillole, provate a vedere se trovate corrispondenze con voi stessi e mentre leggete cercate di entrare in contatto con i diversi vissuti.

Le emozioni sono fondamentali, sono naturali, fanno bene, ma devono essere gestite in modo adattivo; se e quando diventano, invece, fonte di malessere per noi stessi e/o per chi ci sta vicino, averne consapevolezza è l’unico modo per essere di aiuto a noi stessi o la base per chiedere un aiuto esperto.

E’ una psicopillola un po’ massiccia, leggetela un po’ per volta, saltellate qua e là, magari cominciate dalla fine, dove parlo della psicofase 3 e illustro le azioni positive alla portata di tutti che possiamo attuare per gestire la stanchezza che proviamo, poi risalite alle fasi precedenti, se vi va.

Buona lettura!

PSICOFASE 1 : LA NEGAZIONE/PANICO

Possiamo mettere l’origine di questa prima psicofase nel gennaio 2020.

La negazione è un processo psicologico che ha il fine di difendere il soggetto da esperienze emotive destrutturanti o, comunque negative, un meccanismo difensivo che intende proteggere negando ciò che esiste in modo da evitare la sofferenza.

E’ una modalità difensiva che si attiva automaticamente, in particolare in situazioni traumatiche e ci fa pensare, e dire frasi come queste:

“Non è vero”

“Non sta succedendo davvero a me/noi”

“Esagerano”

“Vabbè, succede in Cina, o in Veneto o a Codogno, cosa centro io/noi”

Chi non ha pensato o detto quelle frasi nel periodo da fine gennaio a febbraio?

Quando le notizie di Wuhan ci facevano pensare che fossero i cinesi ad avere il problema, o quelli di Codogno, o di Vò Euganeo, tutto sembrava confinato, quindi il problema era solo il loro.

Poi però dal 23 febbraio hanno iniziato ad accadere cose inimmaginabili, fino ad allora riservate ai film di fantascienza, oppure ai popoli sfortunati del terzo, o quarto mondo (cioè lontani da noi).

Hanno iniziato a chiudere le scuole, musei, bar, le attività produttive non essenziali, poi, infine, con il drammatico DPCM del 9 marzo 2020, hanno chiuso le nostre stesse case in tutto il territorio nazionale.

Naturalmente fino a quando questa psicofase 1 di negazione è stata attiva, il nostro atteggiamento è stato di incredulità e resistenza a mettere in atto le misure restrittive di distanziamento sociale volte a contrastare il contagio da SarsCov-2.

Dall’incredulità, alla paura, al panico.

Se fate mente locale, infatti, riuscite a ricordare e individuare un’altra componente di questa psicofase 1, perché tutti possiamo riconoscere che vi è stato un altro fenomeno psicologico che tutti abbiamo vissuto o visto vivere ad altri al posto della negazione: c’è, infatti, chi si è trovato a vivere reagendo con il panico.

Il panico è una reazione legata alla sopravvivenza, quando l’individuo si trova sopraffatto da una minaccia reale o percepita. Sì, anche se è percepita, perché il nostro cervello reagisce allo stesso modo, sia che lo stimolo sia reale, vero, tangibile, sia che si trovi a fronteggiare un pericolo percepito, cioè avvertito o immaginato. Il cervello fa il suo lavoro che è quello di metterci in sicurezza istintivamente, senza stare tanto a pensare.

Il panico, in questo caso, descritto in una mia precedente psicopillola, la prima sull’argomento coronavirus datata 25 febbraio 2020 (https://cristinasciaccapsicologa.it/coronavirus-prevenzione-e-psicosi-di-massa-meccanismi-automatici-dellisteria-di-massa/ in effetti leggendole tutte si vede il cambiamento del mood), è stata l’altra reazione emotiva viscerale che ha portato qualcuno ad avere comportamenti che hanno portato ad isterie di massa.

Tutti ricordiamo le corse ai supermercati per accaparrarsi il cibo (meccanismo di sopravvivenza), con quegli scaffali vuoti che facevano pensare: “…ma allora, qui siamo in pericolo… allora aspetta che accaparro anch’io”, mettendo in atto quei comportamenti di imitazioni propri delle folle che non hanno un cervello individuale, ma appunto diventano un fenomeno di massa dove tutti, senza sapere bene il perché si comportano allo stesso modo.  

L’11 marzo 2020 l’O.M.S., l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di Pandemia.

Fase 2: ACCETTAZIONE DELLA REALTA’ E DELLE MISURE DI CONTRASTO

Nei giorni drammatici seguenti al DPCM del 9/3/2020 piano piano abbiamo iniziato a passare dalla incredulità, allo stordimento, all’accettazione, sebbene controvoglia. Anche qui le reazioni emotive di tutti noi sono state varie e possiamo anche sentirne il diverso flusso e la loro forza, in base alle esperienze che vivevamo, in base a quanto gli effetti provocati dal virus ci fossero vicini, o lontani.

Piano, piano abbiamo imparato a reagire alla perdita delle nostre abitudini, della nostra rete sociale, della nostra routine quotidiana, settimanale, mensile, abbiamo imparato a gestire le distanze e le convivenze forzate, non senza sofferenza.

Ci siamo ritrovati a videochiamare i parenti, anche quelli che magari prima non sentivamo mai, chiamare amici, riorganizzare i tempi e i ritmi quotidiani sballati dall’inattività, conseguenza secondaria della quarantena, a gestire gli spazi di casa, a cucinare cose mai sperimentate in precedenza, a litigare, a gestire le videochat e videoconferenze con maestre e professori, ad acquisire competenze tecnologiche impensate a gennaio.

(psicopillola precedente su come sopravvivere ai tempi del coronavirus https://cristinasciaccapsicologa.it/sopravvivere-ai-tempi-di-coronavirus-nella-convivenza-forzata/).

Ricordiamo che l’uomo è un animale sociale, un essere relazionale, che ha sia bisogno dell’altro, che di avere i propri spazi vitali e che in situazioni di stress e tensione si riduce la tolleranza emotiva e siamo più suscettibili agli stimoli dell’ambienti e a quelli interiori;

ricordiamo anche che le convivenze forzate, gli allontanamenti forzati, la sospensione del lavoro o la perdita del lavoro sono acceleratori di processi e che possono aumentare i conflitti di coppia, familiari e di lavoro.

Abbiamo iniziato questa fase 2 con una certa gioia, o voglia di condividere e sentirsi meno soli, cantando dai balconi, poi piano piano l’energia è scemata, pur mostrando grande responsabilità nel rispettare le misure di contenimento dell’epidemia, nonostante i grandi costi per il nostro equilibrio psicofisico.

Insieme alla accettazione, però in questa psicofase 2 vorrei anche citare altri fenomeni che si sono diffusi in tutto il territorio nazionale: parlo dei fenomeni di incolpazione, quando dagli stessi balconi e finestre da cui prima si cantava e ballava, si è passati allo scagliarsi e insultare chiunque fosse per strada, grande o piccino che fosse, dandogli dell’untore, fenomeno che è già forte sintomo di difficoltà di controllo e regolazione dell’aggressività.  

Abbiamo superato questa difficile psicofase, che per qualcuno può essere stata preziosa occasione di vicinanza emotiva familiare, ma per altri, fonte di grande stress; ci stiamo affacciando alla fase psicologica successiva.

PSICOFASE 3: GESTIONE DELLA FATICA E STRESS PSICOFISICO

Io credo che siamo, o stiamo entrando in questa terza psicofase caratterizzata da forte senso di fatica e stress psicofisico data dalla lunghezza delle fasi precedenti e che richiede a tutti un grande sforzo, ma che dobbiamo affrontare con consapevolezza per superarla con meno danni psicologici possibili.

Sì, perché l’uomo si adatta all’ambiente, ma se il periodo di difficoltà ha una durata indefinita o, comunque se è troppo lungo porta con sé danni psicologici tangibili che occorre riconoscere e gestire tempestivamente per scongiurare l’esaurimento psicofisico.

Il costo dell’emergenza psicologica è molto alto ed in questa psicopillola vogliamo parlare di ciò che ognuno di noi può fare per contenere lo stress individuale e familiare.

L’emergenza sanitaria ed economica, infatti, ci hanno portato ad una enorme emergenza psicologica che già era presente nella psicofase 2 e che in questa psicofase 3 necessita di interventi a livello individuale e .

L’esperienza delle necessarie misure adottate a contrasto del contagio: il distanziamento sociale, il blocco delle attività produttive e della mobilità, ci hanno portato a vivere un’esperienza molto grave a causa  della deprivazione sociale, dell’isolamento, dell’inattività e per l’insicurezza economica, oltre che per la preoccupazione per la salute minacciata dal virus.

Si tratta infatti di un trauma collettivo. Sì, si chiama proprio così, come se fosse stato un terremoto, ma forse può essere paragonato meglio ad un attentato, per l’insicurezza che comporta l’epidemia con il rischio contagio non ancora risolto.

Ecco perché in questa terza psicofase siamo in preoccupazione/fatica/esaurimento: ormai siamo stanchi.

Si tende a non vederne la fine e ci ritroviamo ad essere sospettosi e a temere l’altro per il contagio possibile, se prima stavamo distanti per decreto, ora siamo distanti per paura, al punto che fatichiamo a reggere il contatto visivo quando al supermercato tendiamo ad evitare pure lo sguardo di chi incrociamo, sempre a distanza, tra gli scaffali.

Le preoccupazioni per le difficoltà economiche sono reali, tangibili ed alle stelle.

I disturbi depressivi, d’ansia e del sonno sono all’ordine del giorno, possono aumentare le dipendenze comportamentali e da sostanze, aumentare l’aggressività, quindi i conflitti che ne conseguono a livello di coppia, familiare, coi vicini, o al lavoro sono all’ordine del giorno.  

Ricordo ciò che ho scritto in apertura: per gestire le nostre emozioni, che guidano i comportamenti, è necessario riconoscerle ed accettarle.

Stare meglio, migliorare il nostro benessere è possibile e possiamo e dobbiamo riconoscere e prenderci carico dei nostri malesseri per farvi fronte con grande responsabilità verso noi stessi, la nostra famiglia, la nostra comunità. Sì, perché siamo parte di sistemi interconnessi e il nostro benessere psicologico personale avrà ripercussioni nei diversi livelli.

AZIONI POSITIVE: COSA FARE PER GESTIRE E SUPERARE LA PSICOFASE  3

Per fare affrontare e gestire questa fase di fatica psicofisica è necessario innanzitutto mettere in azione INTENZIONALMENTE i seguenti atteggiamenti mentali:

  1.  Azionare il nostro cervello corticale per effettuare le operazioni di riconoscimento delle emozioni e individuare le strategie per gestirle in modo da non danneggiare noi stessi e gli altri. Possiamo pensare a questo rinforzando la nostra “parte adulta”
  2. Mantenere allenato (significa azionare consapevolmente e ripetutamente) uno stato di fiducia e positività che ci rendono in grado di essere attivi e proattivi nel gestire le situazioni complesse che stiamo vivendo
  3. Sentire tutto il potere che è nelle nostre mani per agirlo anche attraverso piccole operazioni che sono però fondamentali per il nostro benessere e il benessere dei nostri familiari. Questo punto è fondamentale per trovare soluzioni e per ridurre il nostro senso di impotenza, che, al contrario blocca il pensiero creativo limitando la capacità di generare soluzioni
  4. Attiviamo le nostre risorse: quando siamo in difficoltà mettiamo in atto risorse più o meno nascoste, ma che esistono in ognuno di noi proprio per gestire i momenti di difficoltà (che fanno parte della vita, seppure sembrino assurdi come questo del coronavirus)
  5. Avere la consapevolezza che tutto finirà, sarà, probabilmente per un po’ diverso da prima, ma il coronavirus finirà

Vediamo alcune situazioni tipiche di questa psicofase 3 e delle “buone prassi” corrispondenti con le AZIONI POSITIVE ALLA PORTATA DI TUTTI PER SUPERARE LA PSICOFASE 3

  1. Hai sintomi di stress importanti?

Ti sei accorto che è troppo tempo che non dormi, o che stai esagerando con fumo, alcol, cibo, play station, hai sintomi fisici di origine psicosomatica tipo male alla testa, pancia, attacchi di ansia o altro? Hai messo in atto strategie maladattive e ti ritrovi vicino ad una dipendenza, o a litigare forte in casa?

Sei in quarantena fiduciaria e sei costretto a casa e ti senti un untore?

Cerca di mettere in atto azioni di gestione dello stress.

Io ne suggerisco di due tipologie, in base alle tue caratteristiche vedi in quali riconosci maggiormente i benefici per te stesso e per i tuoi familiari:

  • Attività statiche:

fai attività che riducono l’attivazione attraverso il respiro e la consapevolezza del momento presente:

  • esercità la respirazione, cerca esercizi di mindfulness on line, ce ne sono tantissime
  • fai yoga, anche qui on line su you tube trovi di tutto gratuitamente

fai attività che ti danno piacere che producono eustress (stress positivo) e/o che richiedono attenzione focalizzata (così il cervello si distrae dalle fonti di ansia e si concentra su altro):

  • attività manuali tipo: uncinetto, fare la maglia, ricamare, disegnare, dipingere, bricolage, giardinaggio, cucinare, ecc
  • Attività dinamiche:

Fai attività che richiedono sforzi e movimento per eliminare l’energia in eccesso:

  • Pulizie pesanti (ma ormai sarà già tutto pulito)
  • Esercizi di ginnastica, fai le scale su e giù, corri attorno a casa, fai flessioni, anche qui puoi cercarne on line
  • Canta forte a squarciagola le tue canzoni preferite
  • Piglia un cuscino, mettilo sul letto e dagli pugni facendo attenzione di non sbattere sul comodino e farti male
  • Poi per tutti valgono le attività di relazione:

parlare con qualcuno dal quale ti senti capito:

chiama al telefono, o meglio, videochiama un amico, un conoscente, un esperto, chiunque ti possa accogliere in questo momento difficile.

Se vedi che i tuoi sintomi sono importanti o durano a lungo, informa il tuo medico di medicina generale e il tuo psicologo di fiducia (sì, credo che tutti dovremmo averne uno).

2.Riprenderai il lavoro? => METTERSI IN SICUREZZA

Non vedi l’ora di rientrare al lavoro perché sei stanco di stare a casa, ma sei ambivalente ed allo stesso tempo hai paura del contagio?

Hai ragione ad essere preoccupato, fai bene a non abbassare la guardia, è naturale, dato che il problema contagio non è ancora stato risolto (dato di realtà).

 Ci sono fior fior di scienziati in tutto il mondo, che si stanno dando da fare per trovare le soluzioni (dato di realtà legato alla fiducia che genera sensazioni positive di speranza e di potere).

Esercitiamo il nostro potere mettendo in atto le azioni che già conosciamo, già sappiamo  cosa possiamo e DOBBIAMO fare per proteggerci:

  • Mantieni il distanziamento di almeno un metro dai colleghi (non abbracciarli o stringere le mani)
  • Igiene delle mani (acqua e sapone, o soluzioni idroalcoliche da avere sempre con se)
  • Igiene respiratoria (tossisci e starnutisci nel fazzoletto o nella piega del gomito), mascherina
  • Pulisci e disinfetta gli strumenti e i piani di lavoro
  • Arieggia i locali più volte al giorno
  • Stai a distanza dai clienti e richiedi protezioni di plexigass (quelle che vediamo alle casse dei supermercati, o nelle farmacie)
  • Se, poi, hai la febbre, non andare al lavoro

3)Sei in serie difficoltà? CHIEDI AIUTO!

Essere in serie difficoltà è una condizione che può capitare a tutti e che fa parte delle situazioni della vita.

E’ per questo che non ce ne dobbiamo vergognare!

E’ molto sbagliato pensare di farcela sempre da soli, è il mito dell’autonomia e della forza.

Tutti siamo dipendenti e interdipendenti gli uni con gli altri.

Tutti facciamo parte di un tutto: di un sistema familiare, di una comunità, di una nazione.

Tutti siamo forti e deboli allo stesso momento.

Ma quando siamo in forte difficoltà dobbiamo azionare il nostro cervello corticale e chiedere aiuto!

Questo significa prenderci carico di noi stessi, essere forti ed azionare il tasto di emergenza della navicella e non farla schiantare perché ci sembra di essere deboli o ci vergognamo.

Possiamo avere vari livelli di difficoltà in diversi ambiti.

Allora in questi casi è sano chiedere aiuto ad amici, vicini di casa, familiari, esperti o a chi ha il compito istituzionale di intervenire.

  • Stai vivendo una esperienza di maltrattamento e di violenza intrafamiliare o stalking?

 Non tollerare oltre, per te e per i tuoi figli, se ne hai: chiama i Servizi Sociali, i Carabinieri o fai il numero 1522 dove trovi chi ti ascolta, al 1522 trovi anche una app creata apposta.

Se ti senti in pericolo ci sono i centri antiviolenza e le case/rifugio per le donne (lascia perdere i casi drammatici che sentiamo in tv, fortunatamente ce ne sono a migliaia che finiscono bene, ma occorre CHIEDERE AIUTO!)

  • Sei in difficoltà nella gestione dei figli, nei rapporti di coppia o familiari, insomma hai difficoltà psicologiche (cognitive, affettive, relazionali, comportamentali)?

Inizia col chiedere aiuto ad amici e parenti, poi passa ad un colloquio con un esperto psicologo che sia iscritto all’Ordine degli psicologi in modo da rivolgerti a professionisti veri del benessere psicologico. E’ un falso mito che se vai dallo psicologo o sei matto o ci vorranno anni perché ti lega mani e piedi a lui. Lo psicologo (iscritto all’Ordine) fa anche counseling che significa che fa consulenze mirate a risolvere un problema e solitamente sono brevi. Gli psicologi ti trovi al servizio pubblico e, se puoi, nel privato, ora tutti lavoriamo on line ed è meno peggio di ciò che immagini. Personalmente mi sto trovando bene a lavorare con Skype.

  • Sei in difficoltà economiche? Rivolgiti in un crescendo alla tua rete sociale, familiare, alle istituzioni, al Comune, alle parrocchie, alla Croce Rossa. Qualcuno che potrà supportarti in questa difficile fase lo troverai, non rivolgerti a chi si approfitta di te come strozzini, oppure organizzazioni malavitose.  

4.Hai avuto un lutto legato al Covid-19?

Eh, sì, dobbiamo fare i conti anche con questa drammatica realtà di chi sta vivendo questo in prima persona o per il lavoro che svolge.

Carissimo, stai attraversando un momento davvero tragico e ti faccio le mie più sentite condoglianze.

Nessuno dovrebbe passare ciò che hai passato e che stai passando tu. Tu stai malissimo, perché questo maledetto virus ti ha portato via un familiare, un amico, un collega nel modo più atroce.

Attenzione, l’atrocità non è data dalla morte in sé, che, per definizione è sempre tragica e ingiusta e non si è mai pronti ad affrontarla, atroce non solo perché è l’unico per sempre che conosciamo e manda i sopravvissuti nel dolore più cupo, ma allo stesso tempo, nel dolore più naturale, proprio perché la morte è un fenomeno legato alla vita.

L’atrocità della morte ai tempi del coronavirus sta nelle modalità con cui avviene e per come deve essere gestita proprio per contrastare il virus.

Si tratta di una morte vissuta in solitudine, solitudine per chi ci lascia, per chi non può avere il conforto dei cari, ma solo degli operatori che si trovano a loro volta a vivere tragicamente il momento in cui il loro ruolo assume un valore di ultimo familiare surrogato (con terribili conseguenze psicologiche per gli operatori sanitari).

E’ anche una morte vissuta in solitudine anche per chi rimane: figli, fratelli, coniugi, genitori, parenti, amici, colleghi, i quali non possono, o non hanno potuto aver il conforto della vicinanza fisica nella morte e dei rituali del lutto.

I lutti senza corpo sono i più tragici, sono quelli a cui non si può dare una ragione. Sono quelli a cui si può anche sfuggire: “magari non era lui, hanno scambiato qualcosa”, dando spazio, anche qui alla negazione, come nei casi di scomparsa che sentiamo nella cronaca nera.

I lutti senza corpo sono lutti ancora più complessi dei lutti gravi che possiamo vivere, come i suicidi, le morti improvvise, le morti di giovani e giovanissimi.

I lutti senza corpo non consentono un saluto. Abbiamo visto tutti le immagini di quelle carovane di convogli militari che trasportavano salme.

Mi rivolgo a te che hai subito tutto ciò.

E’ necessario che tu compia 5 azioni per procedere con la difficile elaborazione del lutto e uscire dall’impotenza con operazioni cognitive e pratiche che ti aiuteranno psicologicamente a stare un po’ meglio nel dolore del lutto:

  • 1.Purtroppo devi accettare la realtà che il tuo caro non c’è più, anche se non lo hai visto direttamente
  • 2.Sappi che non è colpa tua
  • 3.Sappi che appena possibile potrai raggiungere la salma e fare il funerale che il tuo caro merita e che potrai condividere il momento con tutti coloro che vorrai
  • 4.Intanto, se ancora non lo hai fatto, crea tuoi rituali di saluto, non sei matto se crei un altarino in casa, se accendi una candela, se gli scrivi una lettera
  • 5.Coinvolgi anche i bambini nel casalingo saluto rituale al caro estinto e approfitta per ricordare loro chi e cosa era per te e per voi quando era in vita.

Tutto questo lo devi fare che tu sia religioso, o che tu non lo sia, perché si tratta di pratiche che sono a sostegno dell’equilibrio dei vivi, che spesso vivono in famiglia ed hanno la responsabilità di sostenere emotivamente i più fragili e i propri figli per non fare perdere loro la speranza nel futuro e per non buttarli nell’angoscia.

5. Le cose tutto sommato ti vanno benino, oppure non vanno bene, ma hai un po’ di energia? Allora sii utile agli altri!

Praticare la gentilezza, la solidarietà, è risaputo, è un’altra condizione che dà valore a noi stessi e genera benessere all’altro ed a sé. Questo perché si viene a creare un circuito virtuoso di positività che si autorinforza, e come abbiamo detto la positività è necessaria per portare cambiamenti.

Ognuno nel proprio piccolo può esercitare queste micro (o macro) azioni di solidarietà che hanno un effetto benefico importante per noi stessi ma anche per la nostra comunità. Cosa intendo con essere utili agli altri?

  • Esercitare la vicinanza emotiva: siamo così distanti, ma possiamo fare un sorriso, dare uno sguardo, anche solo a chi incrociamo a fare la spesa, fare una parola con i nostri vicini, chiamare al telefono o videochiamare i nostri anziani per stare loro vicini
  • Agire piccole attenzioni da distribuire a caso, o mirate, in base alle nostre caratteristiche, alla nostra professione, alle nostre possibilità e capacità
  • Aderire all’associazionismo volontario è un’altra attività che dà tanto a chi la fa e a chi la riceve, ovunque ci sono associazioni di volontariato, dalle più importanti e organizzate a livello nazionale e locale, come la Protezione Civile, o la Croce Rossa, alle piccole realtà locali, dalle parrocchie ad altre realtà così forti ed importanti nel nostro Paese

I problemi emotivi che stiamo vivendo in questa psicofase sono tanti e costringono tutti a un grande sforzo di responsabilità, ognuno per il ruolo che riveste, di responsabilità per se stessi, per le proprie famiglie, per la comunità, appunto in base al ruolo che rivestiamo.

In noi abbiamo le risorse, la forza e fiducia per affrontare e superare questa fase e, sicuramente, in qualche modo ce la faremo ed entreremo nella prossima psicofase, quella del “ma come ho fatto a superare tutto” tipica di quando guardiamo indietro e riconosciamo le difficoltà che abbiamo superato!

Psicopillola di Cristina Sciacca Psicologa 

Per counseling on line contatto skype: Cristina Sciacca

Vita ai tempi del coronavirus: TEST qual è la situazione che sto vivendo?

La vita ai tempi del coronavirus fa vivere a livello mondiale la stessa esperienza (malattia, distanziamento, isolamento, blocco attività lavorative, lutti) a tutti gli uomini a qualunque latitudine vivano. Questo sicuramente è vero, ma è altrettanto vero che la percezione ed il vissuto di questa particolare ed unica esperienza dipendano dalle diverse condizioni di vita di ognuno.

Dipanando questa matassa possiamo comprendere quanto sia complessa la situazione e perché si deve parlare sia di emergenza sanitaria ed economica, ma anche e io direi, soprattutto, di emergenza psicologica. Il virus è più vicino alle esperienze di tutti

Allora vi chiedo di fare insieme a me un semplice ragionamento come in un esercizio (utilizziamo il cervello corticale che ci aiuta a riflettere sulle situazioni): proviamo a metterci nei panni di volta in volta nelle diverse situazioni e immedesimiamoci in base a due sole polarità : sicurezza contro precarietà.

La sicurezza intuitivamente porta con sé emozioni positive legate alla stabilità

La precarietà intuitivamente porta con sé emozioni più articolate e più attivanti che possono andare dalla preoccupazione alla paura, alla rabbia all’impotenza.

Una differenza fondamentale nella percezione e nel vissuto della risposta alla minaccia la fa innanzitutto la condizione data dal livello di stress presente nella propria vita al momento dell’evento (traumatico) della pandemia e, dalle caratteristiche psicologiche della persona. Vivevo in una condizione di sufficiente serenità e sicurezza o di stress?

Avere consapevolezza del proprio livello di stress pregresso è importante perché le situazioni che stiamo vivendo, questo sì che è comune a tutti, fungono da acceleratori di processi, nel bene e nel male.

Iniziamo l’esercizio che potete immaginare come un test e cominciamo a fare dei distinguo che aiutano a comprendere quanto ognuno possa o meno avere difficoltà nel vivere questo momento di minaccia di rischio contagio coronavirus con le misure protettive obbligatorie alle quali siamo sottoposti e che limitano totalmente la nostra libertà, che hanno modificato i nostri ritmi, le abitudini e i nostri stili di vita (https://cristinasciaccapsicologa.it/sopravvivere-ai-tempi-di-coronavirus-nella-convivenza-forzata/ )

1.Quale fase di vita sto attraversando?

 In base alla fase di vita, che si può semplificare pensando a fasce di età, avrò una serie prevedibile di bisogni da soddisfare, di compiti di sviluppo e diversi livelli di autonomia/dipendenza che possono portarmi a sentirmi più al sicuro, o più in una condizione di insicurezza. Se sono un minore, ovviamente, la responsabilità di come io affronto il periodo sicurezza dipenderà dai miei genitori o comunque dai miei care giver (che sono coloro ai quali si rivolge questa psicopillola).

a. sono in una fase di sviluppo da zero a dodici anni (età evolutiva): dipendo totalmente dai miei genitori sia per la sopravvivenza fisica che per la mia stabilità emotiva e psicologica. Non ho potere decisionale. Gli adulti hanno il compito di proteggermi, dagli stress, contenere e regolare le mie emozioni. Qualcuno deve prendersi cura di me e del mio tempo strutturandolo per evitare di dovermi confrontare con l’angoscia del vuoto.

 b. sono un adolescente: sono in un periodo caratterizzato da ambivalenze: mi sento grande e piccolo, sono autonomo e dipendente, passo dalla gioia alla tristezza in un battibaleno, sto vivendo la trasformazione del corpo che amo e, più spesso, odio, mi sto creando la mia rete sociale che ha più valore di quella familiare perché mi capiscono più dei genitori, e poi ci sono i primi amori con le passioni, le gioie e i drammi. Sono travagliato? Ma soprattutto, c’è la NOIA. Un bisogno importante in questa fase da soddisfare è avere uno spazio in cui ritirarsi per connettersi con il proprio mondo e i propri amici dai quali sono separato da marzo e non vado a scuola da febbraio. Ho gli strumenti per connettermi con la scuola e gli amici? Gli sport, la parrocchia? Come stanno i nonni? Conosco direttamente qualcuno che è risultato positivo al Covid, che è stato ricoverato, che non è più tornato?  Mi sento in stato di sicurezza o di precarietà?

c. sono un giovane uomo/donna: mi sono affacciato al mondo del lavoro faticosamente, sto studiando ancora, sto facendo tirocini per entrare al lavoro, sono un giovane disoccupato, sono in cerca di una mia strada professionale, a che punto sono? Ho la Partita IVA? Sono fuori di casa con amici studenti, ho un mio appartamento o mi ritrovo in casa coi miei dove sono riconosciuto come adulto oppure nella condizione di figlio magari con poco spazio perché ancora in cameretta con il fratellino? Sono Potrei trovarmi pure nella condizione in cui voglio impegnarmi in una relazione affettiva stabile, oppure non trovo la persona giusta e mi sento solo e sbagliato, ho relazioni instabili, oppure mi vado bene così e sono tutto rivolto al lavoro. Mi devo prendere cura di qualcuno o non fa parte ancora delle mie preoccupazioni? La mia vita sociale? Gli sport? I genitori possono ancora supportarmi? Come stanno i nonni? Sto iniziando ad avere l’impegno nella coppia e abbiamo figli piccoli da gestire? Sono incinta del primo figlio? Conosco direttamente qualcuno che è risultato positivo al Covid, che è stato ricoverato, che non è più tornato?

 d.Sono in una età di maturità: ho impegni familiari, la famiglia di origine è anziana ed ha bisogno di attenzioni, sono soli in casa? abitano lontano, hanno rischio di ammalarsi, devo tutelarli. Quale condizione economica sto vivendo in famiglia. Sento di essere in una situazione di sicurezza o di precarietà   Ho il lavoro, sono in ferie, smart working, cassa integrazione, oppure l’ho perso? Sono lavoratore con partita IVA? Come sarà il mio futuro? Come faccio mangiare oggi la mia famiglia? Come campo e come campiamo? Ho i figli adolescenti da gestire? Conosco direttamente qualcuno che è risultato positivo al Covid, che è stato ricoverato, che non è più tornato? Mi sento in una condizione precaria o di sicurezza?

Mentre leggete, riuscite a mettervi nei panni di chi vive le diverse situazioni e a sentire le differenze? Procediamo con l’esercizio.

d. Sono di terza età: Questa condizione porta a vivere una condizione di maggiore vulnerabilità. Più invecchiamo e più ci avviciniamo alla morte. Lo so, è brutto da dirsi, ma la verità è questa. Vivo solo? Sono vedovo o ancora ho il compagno? Com’è il mio stato di salute, so dalla televisione che guardo sempre che il covid-19 è letale per chi è grande di età, perché è più probabile che si abbiano più malattie tipo diabete, cardiocircolatorie, pressione alta. Ho una mia autonomia, o dipendo da altri per assumere le medicine, mangiare e svolgere le funzioni quotidiane? Ho una rete sociale che vedo tramite whatsapp, o che sento al telefono, o con cui parlo dal balcone/finestra? Ho una pensione che mi consente di vivere serenamente? Mantengo vivo il mio interesse e guardo il Papa in tv, la messa, la soapopera, i programmi di cucina, o cos’altro mi distragga da tutta questo infodemia sul coronavirus. Conosco direttamente qualcuno che è risultato positivo al Covid, che è stato ricoverato, che non è più tornato?

2.Clima familiare nella convivenza forzata della quarantena (che sembra un’ottantena)

Ognuno in casa ha i propri spazi e i ritmi rallentati sono un piacere o un po’ noiosi o sono un incubo? Facciamo insieme il pane, la pizza, ginnastica, le pulizie, o non si parla per non litigare? Siamo riusciti a mettere da parte le discordie precedenti la quarantena o la fanno da padrone a dispetto della presenza dei figli? Le preoccupazioni economiche o le problematiche relazionali tra i familiari hanno il sopravvento sull’umore dei componenti della famiglia. Il clima è buono oppure ci sono tensioni che faticano a rientrare?

Il clima casalingo trasmette sicurezza o si è sempre sull’orlo della apocalisse?

3.Condizioni di salute proprie o dei propri familiari o conoscenti stretti

Ho avuto un’esperienza diretta del virus? Mi ha toccato in qualche modo, o a toccato qualcuno a me vicino? Come argino la paura del contagio? Ho avuto un tremendo lutto?

4.Professioni sanitarie

Non posso non riservare una attenzione particolare a chi si trova in prima linea. Svolgo la mia attività professionale come operatore sanitario e sono a contatto diretto con i malati covid? Sono a contatto diretto con la tragedia umana del coronavirus? Ho visto, sentito, toccato, respirato, cose atroci? Anche in questo caso, come sto vivendo questa situazione traumatica, in cui si fatica a trovarne il senso, perché un senso non ce l’ha? Ho alle spalle un gruppo di lavoro che mi da sicurezza, una famiglia stabile come un porto sicuro, o mi sento in pericolo?

Ho detto più volte in precedenti psicopillole, quanto sia importante utilizzare questo momento storico per esercitare un po’ di introspezione perché conoscerci ci aiuta ad affrontare meglio le vicissitudini della vita.

E’ un piccolo esercizio che aiuta a comprendere la complessità del momento e facendoci capire che se siamo esauriti, è abbastanza comprensibile perché stiamo vivendo una esperienza dai risvolti psicologici tipici delle esperienze traumatiche.

Credo che questo esercizio possa essere uno stimolo per avere consapevolezza di ciò che stiamo attraversando nella nostra vita e che possa anche essere uno strumento utile per metterci nei panni degli altri ed uscire dalla modalità autocentrata nella quale spesso cadiamo per la frenesia della vita o per difesa, o per carattere.

Capire l’altro, quali siano i bisogni dell’altro, immaginare come possa sentirsi l’altro e che difficoltà possa avere pur vivendo tutti la stessa esperienza di distanziamento sociale, ma facendo lo sforzo di mettersi nei suoi panni credo sia di aiuto.

Vedere l’altro aiuta noi stessi e aiuta l’altro ed aiuta a tirare tutti fuori le nostre risorse.

Capire l’altro è di aiuto per non dare per scontato ciò che abbiamo nelle nostre vite, per comprendere che esiste un mondo oltre a noi, che in situazioni come queste è NECESSARIO abbassare l’asticella delle nostre aspettative ed abbassare i ritmi adattandoci a questi nuovi per fare riserva di energia e concentrarci sulle nostre risorse. Cercare di attivare le nostre risorse significa essere i coach di noi stessi che vegliano su di noi e sono in grado di spronarci e consolarci e anche di motivarci.

Capire l’altro è di aiuto per riconoscere le condizioni privilegiate di chi, sebbene con l’asticella abbassata, sta vivendo in un periodo caratterizzato da una certa sicurezza per riconoscere chi invece vive condizioni più penalizzate vivendo nella precarietà della salute, economica, familiare.

Credo, infine, abbassando l’asticella, che sia di aiuto a rimanere umani, “…perché tanto, prima o poi, gli altri siamo noi”.

Psicopillola di Cristina Sciacca Psicologa contatto Skype Cristina Sciacca

Sopravvivere ai tempi di coronavirus nella convivenza forzata

Sopravvivere ai tempi di coronavirus nella convivenza forzata Psicopillola di Cristina Sciacca psicologa

Foto di M.B.per sua gentile concessione

Ve ne siete accorti? Siamo tutti un po’ depressi, chi più, chi meno. Depressi e preoccupati.

Ogni giorno ce né una e dobbiamo abituarci a vivere proprio giorno per giorno in attesa dei bollettini e delle nuove disposizioni ministeriali.

Prima le scuole, poi, nel giro di un attimo, tutto è stato chiuso. Anche le nostre case. Chi se lo aspettava? Mai più di ora, “nessuno al mondo!” è la risposta più vera ed appropriata.

Siamo tutti sbigottiti, dapprima nervosi, ora un po’ depressi. D’altra parte, “cosa ti agiti a fare?” dicono le persone più sagge, quindi non ci rimane altro che la depressione, l’ipo attivazione, che , in realtà è funzionale nei momenti come questi.

Certo che le convivenze forzate, come anche gli allontanamenti forzati, sono acceleratori di processi e possono aumentare i conflitti familiari, di coppia, di lavoro.

Come ho già descritto in precedenti psicopillole, quando siamo stressati si rimpicciolisce la nostra tolleranza emotive e diventiamo più suscettibili agli stimoli dell’ambiente ed interiori.

Cosa ci può salvare in questo momento di isolamento forzato, di limitazione della nostra libertà, di quarantena?

Come sempre le cose da fare sono poche, semplici e chiare, anche se non facili da applicare.

Si ribadisce che l’atteggiamento mentale fa la differenza perché influenza il corpo ed i comportamenti.

Le cose che possiamo fare, TUTTI al fine di migliorare la nostra resilienza e combattere l’umore depresso sono:

ADATTARSI: l’uomo è come i topi, si adatta all’ambiente. Beh, anche come il virus.., in effetti. Ora è necessario che ci adattiamo alle nuove regole che ci vengono date dalle istituzioni ( mi raccomando, SOLO siti istituzionali: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Protezione Civile, Siti delle Regioni). E’ inutile sprecare energie per trasgredire le regole, i furbetti del coronavirus non trasgrediscono solo per loro stessi perché il loro comportamento può avere effetti sugli altri

Io credo che creare REGOLE casalinghe aiuti la convivenza, quindi in questo momento di convivenza forzata sono davvero utili. Per esempio: regole nella gestione degli spazi di casa: stabilire chi può ritirarsi e dove per avere un momento di isolamento. Avete presente cosa fanno i criceti quando sono in cattività e sono troppi nello spazio a loro disposizione? Diciamo che la loro disponibilità verso l’altro diminuisce sensibilmente e si rimpicciolisce la loro finestra di tolleranza aumentando l’aggressività. Questo accade anche a noi quando non abbiamo degli spazi in cui poterci isolare un po’, dal partner, dai figli, i figli dai genitori, i fratelli dai fratelli, e così via

regole nella gestione della cura della casa e nella distribuzione dei compiti Mantenere un equilibrio della distribuzione dei compiti è fondamentale per diminuire i conflitti familiari dati dalle asimmetrie di potere: chi fa cosa e trovare qualcosa da fare per tutti in casa potrà aiutare anche nel mondo nuovo che si aprirà dopo il coronavirus. Questa regola però apre un aspetto interessante che riguarda la capacità di delega e la tolleranza alle attività svolte dal delegato di turno. Siamo figli del “chi fa da sé fa per tre”, soprattutto in casa dove spesso c’è una persona (la donna, in genere) che ha lo scettro del comando e stabilisce le procedure per come si fa la lavastoviglie, come si fa il letto, come si pulisce la camera, ecc. Ecco, grande attenzione a questi comportamenti, perché in tempo di pace, possono anche avere una funzione, ma in tempo di coronavirus mettono ancora più a rischio la stabilità emotiva di tutti! Ricordiamoci ciò che abbiamo detto: quando siamo stressati siamo meno tolleranti su tutto (farò prossimamente una psicopillola sulla finestra di tolleranza) e nessuno ha l’esclusiva! Tutti i componenti della famiglia saranno più stressati e questo porta alle deflagrazioni dei conflitti

regole nella gestione del tempo : Un aspetto importantissimo nella gestione delle emergenze e in tutte le situazioni traumatiche (sì, perché anche questa del coronavirus a suo modo lo è anche se, per i più fortunati che non ne saranno coinvolti in prima persona) riguarda la gestione dei ritmi quotidiani della giornata. Dopo i primi giorni di assoluto e lecito bighellonamento casalingo, divano-letto, letto-divano, che ci sono serviti per riposare, occorre, AL PIU’ PRESTO, ristabilire i ritmi abituali. Regole per definire il tempo significa definire gli orari per

dormire,

per la cura della casa,

 per la preparazione dei pasti,

per guardare le notizie in TV sul coronavirus,

per svolgere le attività scolastiche,

per svolgere le attività lavorative  di formazione on line

tutto intervallato da momenti di svago e gioco.

Il rischio quando si è a casa forzatamente è, infatti, quello che il tempo di svago e gioco, guardare serie TV, stare sui social, giocare ai videogames, per citare alcune delle attività che tutti amiamo fare, se lì per lì ci riempie di soddisfazione, a lungo andare inciderà MOLTO negativamente sul nostro umore lasciando dentro di noi stessi una larvata sensazione di inutilità e di perdita di senso, o di disperazione se tutto il tempo seguo i notiziari in TV.

  • Regole nei comportamenti: nei momenti di stress cerchiamo sempre, in qualche modo, di attuare strategie atte a ridurlo, fa parte dell’adattamento all’ambiente, ma che in questo caso si chiama adattamento MALADATTIVO. L’adattamento maladattivo lo conosciamo tutti e ora farò qualche esempio così molti potranno riconoscersi in questi comportamenti: quindi, sono stressato? allora
    • Mangio di più
    • Dormo di più
    • Lavoro di più
    • Abuso di sigarette
    • Abuso di sostanze
    • Abuso di farmaci
    • Abuso di internet
    • Abuso di sesso
    • Abuso di xyz

Avete capito bene, si tratta di auto limitarsi per evitare di incorrere in dipendenze da sostanze o comportamentali che, infatti, sono attuate spesso a compensazione di stati emotivi che generano sofferenza. Ecco perché stabilire regole che riguardano la birretta, la lasagna, il fumo, il gioco d’azzardo (le tabaccherie sono aperte e on line si può giocare a go go), ecc. è necessario per proteggerci.

  • ATTRIBUZIONE DI SENSO, ecco qui qual è l’arma che abbiamo tutti in dotazione essendo tra le attività chiave del nostro cervello corticale che attraverso il ragionamento ci aiuta a risollevarci dalle situazioni più difficili senza farci divorare dalla paura o dalla rabbia. Il processo di attribuzione di senso, che NON significa dare le colpe, ma trovare la motivazione che spinge a determinati comportamenti, ricercare le cause che determinano effetti. Ogni volta che ci ritroviamo a non poter uscire di casa, ad avere modalità di comportamento costrette da altri, alla limitazione delle nostre libertà (perchè, ora sì, che ci accorgiamo di quanto siamo liberi), ripensiamo al perché lo facciamo. Tutti noi lo sappiamo bene, ormai!
  • Stiamo a casa per ridurre il contagio da CoviD-19
  • Stiamo a casa per non ammalarci di CoviD-19
  • Stiamo a casa per non fare ammalare i nostri cari di Covid-19
  • Stiamo a casa per non fare ammalare persone che entrano in contatto con noi di CoviD-19
  • Stiamo a casa perché così non mandiamo al collasso il nostro sistema sanitario data questa epidemia di Covid-19
  • Stiamo a casa perché se così ci ammaliamo di Covid-19, magari ci riescono a curare
  • Stiamo a casa, perché anche se questo coronavirus ce l’hanno portato gli alieni o i russi o gli americani o i pippistrelli, ora non dobbiamo diffondere il Covid-19
  • Stiamo a casa, perché così finisce prima questa epidemia di Covid-19 e usciremo tutti di casa, cambiati, ma usciremo tra qualche settimana
  • …tanto per dirne alcune

Utilizzando il nostro ragionamento possiamo contenere le nostre ansie che arrivano per tutti e che non gestiamo si autoalimento in un circolo vizioso.

  • ESSERE UTILI AGLI ALTRI. Un modo per stare meglio noi stessi, sembrerà controintuitivo, ma è proprio sentirsi utile per qualcun altro. L’uomo è un animale sociale, ci hanno insegnato a scuola, ed infatti la solidarietà ci aiuta a dare un senso alla nostra stessa vita.

Al prossimo aggiornamento, ora mi vado a mettere il rossetto perché devo “uscire”: ho un appuntamento con un mio paziente su Skype, perché #iorestoacasa.

Psicopillola di Cristina Sciacca psicologa

 L’iceberg dei conflitti: che ci sta “sotto” i conflitti di coppia? Dal ciclo di vita della famiglia alla teoria dell’attaccamento per comprendere i bisogni nascosti 2° PARTE di Cristina Sciacca psicologa

Litigare è il sale dell’amore? Quando il conflitto è sano nella coppia e quando no di Cristina Sciacca Psicologa

Articolo diviso in tre parti: 2° Parte

2° PARTE L’iceberg dei conflitti: che ci sta sotto i conflitti di coppia? Dal ciclo di vita della famiglia alla teoria dell’attaccamento per comprendere i bisogni nascosti

“La coppia deve essere

 protetta e nutrita amorevolmente

per tutta la vita

da entrambi i partner”

La metafora dell’ICEBERG

Dopo aver evidenziato nella prima parte di questa relazione  i problemi legati ai compiti evolutivi del ciclo di vita della famiglia https://cristinasciaccapsicologa.it/4248-2/  , vediamo di entrare nelle problematiche e cerchiamo di comprendere le dinamiche che stanno sotto, dietro, di lato, a contenuti dei conflitti e di cui, la maggior parte delle volte, non si è consapevoli.

Sì, perché i conflitti sono come un iceberg: sopra la punta è visibile, ma sotto?

Tutti abbiamo ben presente il disastro del Titanic: sopra l’iceberg l’avevano anche schivato, è stato sotto che ha squarciato la nave che, ahinoi, è affondata a picco in poco tempo, nonostante fosse una nave nuova di zecca!

Allora vediamo da cosa è composto l’iceberg dei conflitti:

-nella parte emersa, quella visibile, la punta, abbiamo i contenuti dei conflitti (che abbiamo esposto nella prima parte https://cristinasciaccapsicologa.it/4248-2/ )

-ma nella parte sommersa che va in profondità, quella nascosta, ben più grande di quella in superficie abbiamo i bisogni che spingono da sotto il nostro comportamento, i nostri pensieri e le nostre reazioni emotive che hanno una profonda connessione con la nostra storia personale.

Vediamo un po’ cosa c’è nella parte sommersa dell’iceberg dei conflitti, perché se non abbiamo consapevolezza di cosa ci spinge verso il conflitto a livello individuale e di coppia, posso anche risolvere i contenuti, ma se non agisco sui bisogni più profondi, questi si ripresenteranno alla prima occasione.

La prima regola per risolvere i conflitti sarà aver consapevolezza di ciò che emerge (https://cristinasciaccapsicologa.it/4248-2/ ), ma soprattutto, di ciò che ci sta “sotto”, proprio come un iceberg che nasconde i nostri modelli operativi interni che ci guidano poco consapevolmente nel mondo delicato delle relazioni.

Quando  si arriva in tempo a decodificare  i bisogni sottostanti i conflitti che affliggono le coppie,le relazioni si ricuciono e si risolvono disagi relazionali anche molto compromessi, ovviamente se nella coppia c’è motivazione a farlo! Infatti a volte nella stanza di terapia si trovano coppie molto sofferenti che chiedono al terapeuta di “ aggiustarli” senza fare la minima fatica. Così non è, purtroppo,  perché andare a caccia dei nostri bisogni profondi prevede un percorso di riflessione altrettanto profonda su di sé e la motivazione non può essere ricercata dall’esterno.

Vediamo un po’ insieme le basi di concetti cruciali quali: teoria dell’attaccamento, connessione emotiva, sintonizzazione emotiva e riparazione.

Alcuni cenni sulla teoria dell’attaccamento, così importante per comprendere cosa siamo per l’altro e cosa cerchiamo a nostra volta nell’altro

Cosa si cerca nel proprio partner?

Gli studi più attuali confermano che il proprio partner in una relazione stabile, diventa una  “figura di attaccamento” , sì, proprio come per un bambino la figura di attaccamento è chi si occupa di lui (il care giver) e da cui si dipende per la sopravvivenza.

Per “attaccamento”, in termini psicologici, si intende un rifugio sicuro in cui potersi , appunto, sentirsi sicuri.

Le teorie dell’attaccamento (Bowlby) sono davvero molto interessanti e ci fanno capire come la modalità in cui da adulti ci rapportiamo a un partner sia collegata alla relazione di attaccamento primaria perché è in quella relazione che abbiamo imparato dei modelli operativi che tendiamo a riprodurre nel tempo. I nuovi approcci di psicoterapia individuale e di coppia fanno riferimento a questi studi collegandoli anche alle neuroscienze e agli approcci evoluzionistici e sistemici.

L’attaccamento, infatti è una forza motivazionale primaria, quindi mettiamo qui in evidenza alcuni punti fondamentali che sono validi anche nell’attaccamento adulto :

-il bisogno di cercare e mantenere il contatto con altri significativi è innato per tutta la vita, ecco perché il proprio partner assume un significato così profondo per noi stessi 

– una relazione sicura di dipendenza sostiene l’autonomia  

-non esiste indipendenza o dipendenza, ma una dipendenza efficace o inefficace

– una relazione di dipendenza sicura alimenta l’autonomia e l’auto-consapevolezza

 -più sicuro è il legame, più separati e differenziati si può essere, che vuol dire che più mi sento sicuro dell’altro più tolleriamo la distanza e più possiamo avere spazi personali

– stare bene, essere in salute è mantenere un senso di interdipendenza dall’altro e non di autosufficienza separata dagli altri

E ancora

-un legame di attaccamento offre sicurezza, mentre l’inaccessibilità crea disagio

-la prossimità è il rimedio naturale alla ansietà, alla vulnerabilità e alla incertezza

-l’attaccamento è un porto sicuro (secure base)  è la base dalla quale gli individui possono esplorare il mondo e rispondere positivamente all’ambiente

-la base sicura incoraggia l’esplorazione e l’apertura cognitiva verso nuove informazioni

-solo con una base sicura si è più in grado di creare relazioni cooperative.

Cosa cerchiamo nel partner : una persona che ci sia e mi capisca (responsività del partner, quindi della figura di attaccamento)

Disponibilità (accessibility) e Sintonizzazione (responsiveness) costruiscono legami (bond)

Una persona può essere fisicamente presente ma emotivamente assente

Il coinvolgimento e la fiducia che ci sarà un coinvolgimento emotivo quando sarà necessario è cruciale nel costruire vincoli

Qualsiasi risposta, anche la rabbia, è meglio di nessuna

 Se non vi è coinvolgimento e non vi è risposta emotiva il messaggio trasmetto implica che “i tuoi segnali non mi interessano e non c’è alcun legame tra di noi”

La paura e l’incertezza attivano i bisogni di attaccamento

 Di fronte alle minacce (non risponde al mio messaggio, dove va? Quel mostro di mia suocera, pensa solo ai figli, ecc.) il bisogno di sicurezza e relazione con la figura di attaccamento è primario, e i comportamenti di attaccamento vengono attivati, come protezione contro la insignificanza (non sono importante per l’altro) e la incompetenza (non servo a niente, non so come fare) .

 Il disagio da separazione è prevedibile

 Se i comportamenti di attaccamento non attivano una risposta di contatto e sicurezza, si attiveranno processi di protesta, ricerca di contatto, disperazione e depressione, fino alla rottura del legame

La depressione è una risposta alla perdita della relazione

 La rabbia è un tentativo di ristabilire il contatto con una figura di attaccamento non disponibile

Allora ecco che tutto diventa più chiaro.

La sofferenza che proviamo quando litighiamo con il partner , la rabbia, la depressione vanno al di là dei contenuti ma nascondono bisogni molto più profondi: ecco qui il nostro iceberg dei conflitti, dove sopra ci sono i contenuti, ma sotto ci sono bisogni di connessione e di sicurezza che spingono.

Tanto per intenderci, ecco quali sono alcuni tra i desideri e i bisogni presenti nell’inventario di Lo Iacono e che riguardano fattori di protezione, di condivisione, di sicurezza, appunto.

1.Sentirsi protetti

2. Avere rapporti sessuali

3. Avere un contatto corporeo

4. Sentirsi sicuri

5. Sentirsi apprezzati

 6. Sentirsi accettati

7. Sentirsi stimati

8. Ricevere attenzioni

9. Ricevere parole affettuose

10. Avere un aiuto di tipo pratico

11. Avere un aiuto di tipo economico

12. Avere compagnia

13. Avere una persona di cui ci si può̀ fidare

14. Avere una persona con cui confidarsi

15. Avere una persona con cui sfogarsi

Nella coppia cerchiamo soddisfazione di bisogni fondamentali: di essere connessi emotivamente e sentiti emotivamente

Di seguito i concetti chiave che se presenti fungono da fattori protettivi per la relazione, al contrario, quando assenti, diventano fattori di rischio

I CONNESSIONE EMOTIVA = sento ‘accesso all’altro che è raggiungibile. C’è!

Disponibilità (Posso raggiungerti?)

significa rimanere aperti al partner anche di fronte a dubbi o percezione di insicurezza

Implica la volontà di cercare rendere un senso alle emozioni in modo che queste non ci travolgano

Permette di impedire la rottura del legame e rimanere in contatto con i segnali del partner .

Quando perdo la connessione con l’altro manca fiducia e la sicurezza del legame e si attiva il sistema di protezione dalla minaccia attraverso i meccanismi di Fight (lotta), Flight (fuga), Freeze (congelamento) . Credo che di questi ne parlerò in futuro in un approfondimento ad hoc.

II SINTONIZZAZIONE =riusciamo a sentirci emotivamente anche se non siamo d’accordo

Sento ciò che senti e agisco in maniera amorevole. Non ti distruggerò nel conflitto sono RESPONSIVO

Sintonizzazione (Posso fidarmi che tu sarai in grado di rispondermi in modo emotivo?)

Significa rimanere in contatto con il partner e mostrare che le sue emozioni hanno un impatto su noi

Significa accettare e porre come priorità i segnali emotivi che il partner condivide e inviare segnali chiari di accettazione e cura quando il partner ne ha bisogno

 Permette di entrare in contatto emotivo e calmarci anche fisicamente. Quando siamo sintonizzati, come nella musica, siamo in armonia, se non c’è armonia, allora nella dissonanza c’è incomprensione, sofferenza, centratura solo di sé e distanza.

III RIPARAZIONE = è l’impegno verso la relazione

E’ la capacità di accettare che l’altro possa avere sbagliato e di accettare le azioni di recupero della relazione messe in atto dal partner e delle sue manovre di avvicinamento. Permette il perdono e il processo di ricostruzione di fiducia.

Le modalità di riparazione sono quelle che, per esempio, mettono fine ai silenzi, che, quando lunghi, stressano tantissimo la relazione e sono cattivi

La fiducia è una condizione fondamentale nelle relazioni in quanto è predittiva di comportamento

Nella prossima parte , la terza di questa relazione, ci si occuperà degli schemi automatici che, spesso, spessissimo, mettiamo in atto inconsapevolmente mentre ci ritroviamo a litigare con il partner.

Se non si interrompe lo schema che diventa la modalità principale dell’espressione dei bisogni sommersi il rapporto di coppia aumenta fortemente il rischio di scoppiare

L’iceberg dei conflitti: che ci sta sotto i conflitti di coppia? Dal ciclo di vita della famiglia alla teoria dell’attaccamento per comprendere i bisogni nascosti

Litigare è il sale dell’amore? Quando il conflitto è sano nella coppia e quando no. di Cristina Sciacca Psicologa

Articolo diviso in tre parti

1° PARTE L’iceberg dei conflitti: che ci sta sotto i conflitti di coppia? Dal ciclo di vita della famiglia alla teoria dell’attaccamento per comprendere i bisogni nascosti

“Dialogare non significa parlare,

 ma parlare tenendo in considerazione

il punto di vista dell’altro”

Galimberti

1° PARTE: il ciclo di vita della famiglia

Partiamo dal presupposto che segue:

Le Relazioni positive di amore proteggono l’individuo dallo stress e permettono di superare meglio le sfide della vita e i traumi

Ecco perché è fondamentale comprendere meglio ciò che ci sta sotto, dietro, di lato ai conflitti di coppia che così tanto incidono sul benessere dell’individuo, della coppia e della intera famiglia. Litigare con il/la partner nasconde spesso un mondo interiore . Per questo ci fanno stare così male.

Ormai è noto che il problema della conflittualità in generale non sia il non avere conflitti, ma al contrario è sano “litigare”, cioè affermare nella relazione i propri punti di vista, ma il problema sia il COME i conflitti vengono discussi all’interno di un rapporto affettivo.

Come afferma John Gottman Il successo o il fallimento di un matrimonio non dipende dalla presenza dei conflitti nella relazione, ma da come i conflitti sono gestiti .

Il California Divorce Mediation Project afferma che il più comune motivo che porta al divorzio è  la percezione di separazione e di perdita del senso di vicinanza, non sentirsi amati e apprezzati (80%)  il probema di una conflittualità intensa e duratura è riferita solo dal 40% delle coppie.

Allora, andiamo per ordine.

Per cosa litighiamo? Quali sono i conflitti più comuni?

Dipende.

Intanto dipende dallo stadio  del ciclo di vita della famiglia che stiamo attraversando, dato che ognuno di questi prevede cambiamenti ed aggiustamenti continui sia a livello verticale (con le famiglie di origine e con i figli) che a livello orizzontale (tra i partner stessi). Le motivazioni dei conflitti, quelle esplicite riguarderanno, quindi temetiche intra o extra diadiche.

Vediamo qui di seguito alcune caratteristiche delle fasi del ciclo di vita della famiglia in cui è più alto il rischio di separazione.

  1. Siamo nella fase iniziale dell’innamoramento.

In questo caso la conflittualità è davvero molto bassa dato che stiamo vivendo quella fase che viene chiamata anche dell’illusione d’amore, o follia a due, in cui il partner è proprio tutto ciò di cui ho bisogno, mi capisce al volo. Questa fase, che ovviamente è fisiologica ed ha basi biologiche che vanno al di là del nostro controllo e che sono volte anche alla conservazione della specie, di solito ha una durata che arriva fino a 10/12 mesi circa. Se la coppia supera la fase simbiotica dell’illusione e inizia a vivere la disillusione che comporta il vedere nell’altro una persona con i suoi difetti, senza che la coppia scoppi proprio per questo,  allora si passa alla fase successiva

  • Siamo nella fase della creazione della coppia-

In questo caso la coppia si trova a dover negoziare su diversi fronti per potersi distinguere da ciò che è esterno per creare il NOI mantenendo l’equilibrio con il sé individuale. Tra i motivi più comuni di conflitto ci sono quelli che s riferiranno alla definizione dei confini. I confini di una coppia riguardano la delimitazione di ciò che riguarda i rapporti  extra diadici, ovverosia rispetto all’esterno della coppia stessa, cioè:

– con la famiglia d’origine (piano verticale),

–  con la rete sociale (piano orizzontale), rapporti con gli amici e gli ex

 e la delimitazione dei rapporti  intra diadici, cioè rispetto ai singoli partner della stessa coppia.

E’ importante che i confini siano permeabili e non rigidi o non chiari (diffusi) o addirittura inesistenti. Arrivare alla costruzione del “noi” ma mantenere l’”io”. Mantenere l’autonomia individuale e la differenziazione dall’altro, contro la fusionalità tipica della prima fase dell’amore, quella dell’innamoramento (fase narcisistica = tu mi servi per vivere, senza di te non posso vivere). Poi si litiga per la gestione del tempo libero, le attività da svolgere e i tempi dello stare insieme.

  • Stadio della famiglia con figli piccoli

Qui tutto si complica, dato che oltre al piano della coppia propriamente detta (coppia “coniugale”) si va ad aggiungere la coppia genitoriale. E come si sa, in questo caso non si tratta di una somma, ma di un passaggio che aumenta la complessità delle relazioni a livello esponenziale .I conflitti più comuni in questa fase riguarderanno la suddivisione dei compiti di cura dei figli e di gestione della casa: chi si alza di notte, chi fa la spesa, faccio tutto io, tu non fai mai niente, sei inaffidabile, se non ci fosse tua madre…; tu vai a calcetto mentre io non posso; usciamo? No dobbiamo stare coi bambini! Li abbiamo fatti ora ce li teniamo! ecc. Un’altra area molto tipica di conflitto in questa fase riguarderà l’educazione dei figli, senza parlare di quelli per la disponibilità ad avere rapporti sessuali . Dei soldi, di come prendere le deisioni.

  • Stadio della famiglia con figli adolescenti

Proprio stamattina ho visto su Lercio un articolo che suonava così: è possibile ibernarsi per evitare l’adolescenza dei figli. Qui i compiti di sviluppo riguarderanno le regole da dare ai figli, il  ritrovarsi come coppia dopo essersi occupati per tanti anni della cura dei figli. Del sesso. Dei soldi.

  • Stadio della famiglie con i figli adulti che escono di casa

E’ il famoso nido vuoto che apre a dinamiche di solitudine  e di vuoti notevoli dove il ritrovarsi come coppia è ancora più importante.

Quindi, qualunque sia la fase che si sta attraversando  i contenuti dei conflitti si possono suddividere in due macro categorie

1. quelli che riguardano tematiche intra diadiche:

-Gelosie

-divisione compiti

-presa di decisioni

-sessualità

-problematiche economiche

– gestione tempo libero

-espressione dei sentimenti

2. quelli che riguardano tematiche extradiadiche:

-relazioni con le famiglie d’origine

-relazioni esterne (amicizie)

-Interfaccia casa lavoro

-Problemi lavorativi

Nella seconda parte di questo scritto si parlerà dell’iceberg dei conflitti.

Di Cristina Sciacca Psicologa

La spirale della violenza, le relazioni asimmetriche=violenza domestica

  Passeggiando per Bologna mi sono imbattuta in una vetrina dove era esposto il cartello che ho fotografato proprio pensando di scrivere qualcosa sull’importanza di amare se stessi “Love yourself first”.  Allora ho pensato di parlare di quanto sia importante diffondere la cultura del rispetto tra le persone e di quanto sia attuale il tema […]