2 giugno 1946 il ricordo di mia mamma Elsa bambina

“2 giugno 1946 il ricordo di mia mamma Elsa bambina” Psicopillola di Cristina Sciacca psicologa

Oggi è il 2 giugno, giorno in cui si festeggia la nascita della Repubblica Italiana e come accade ogni giorno (da quando si può nuovamente) sono stata a pranzo da mia madre.

“Ricordo il 2 giugno del 1946 come se fosse adesso! Da lì sono diventata grande!” – mi ha detto lei.

Credo che non sia stata la prima volta che mi ha raccontato questo episodio del 2 giugno del 1946, ma questa volta, oggi, l’ho notato e le ho dedicato una attenzione particolare perché volevo imprimere nella mia memoria la sua, una memoria diretta di un evento storico.

Mia mamma Elsa, è del luglio del 1936 (nella foto di copertina aveva 16 anni), è romagnola e, con la sua famiglia di mezzadri, vivevano sulle colline di Cesena, nella parrocchia di San Mamante, per la precisione.

Era la secondogenita e dopo di lei c’erano lo zio Renato di due anni più piccolo di lei e lo zio Lino, nato nell’ottobre del 1944. La zia Tudina, l’ultimogenita, ancora non era nata.

Ecco qui il ricordo, virgolettato ed in corsivo, della mia mamma Elsa di quello storico 2 giugno 1946.

“Era tanto che in famiglia ne parlavano. Quando venivano gli zii a trovarci e venivano spesso, era tutto un gran parlare di questa votazione.

Di quanto fosse importante votare.

 La sorella più piccola di mia madre, la zia Maria (ndr.ultima di 12 fratelli, quindi c’era davvero un discreto via vai in quella casa, senza contare i parenti dalla parte di mio nonno Agostino), si interessava molto di politica e spingeva tutte le donne di famiglia ad andare a votare, perché era la prima volta che succedeva ed era una grande occasione di parità.

Mia mamma era preoccupata perché aveva il bambino piccolo e non si fidava a lasciarlo a casa con noi, quindi diceva alla zia Maria, molto più giovane di lei – “Mo cum faghia a lasser i burdel da par sè!” (trad: ma come faccio a lasciare soli i bambini!).  Invece, poi, si convinse perché ci teneva tantissimo e mi responsabilizzò, non che non lo fossi già, ma Lino aveva un anno e mezzo e già mi occupavo di Renato.

Era troppo importante andare a votare, sia per il motivo della votazione, sia per il fatto che fosse la prima volta permessa alle donne.

Invece, quella mattina, lei e mio babbo si prepararono, tutti vestiti bene, coi vestiti della domenica e con la bici andarono a Tessello distante solo 4 o 5 chilometri per votare per la Repubblica.

In Romagna si votava tutti per la Repubblica.

Io mi sono sentita molto grande ed importante, perché avevo contribuito anch’io a permettere a mia mamma, la tua nonna Iole, di votare. Per questo dico che da allora mi sono sentita grande!”

Grazie mamma per questo ricordo. Non me ne dimenticherò più.

Anzi, questo tuo ricordo di prima mano per me è una occasione in più per celebrare questa importante giornata che ha visto la svolta per il governo italiano e per le tutte le donne che da allora non si sono perse d’animo e si stanno facendo sempre più strada in un cammino (sempre lungo e pieno di buche), che va contro le discriminazioni.

Senza contare che per me, psicologa sistemica, è una ulteriore riflessione sulle mie radici e sull’importanza dei valori familiari che si trasmettono anche attraverso i ricordi.

Psicopillola di Cristina Sciacca psicologa

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3 giugno 2020 siamo liberi! Psicofase 4 : La Responsabilità del singolo per la collettività

Siamo liberi! Psicofase 4 : La Responsabilità del singolo per la collettività Psicopillola di Cristina Sciacca Psicologa

Ah, finalmente siamo liberi!

Liberi? Sììììììììì!!!!!!!! Possiamo andare dove vogliamo, senza più dover giustificare i nostri movimenti, possiamo stare con tutti gli amici che vogliamo e dove vogliamo!

Siamo liberiiiiii!!!!

Ecco, questo è il problema. Cosa implica e cosa comporta la libertà in questa nuova fase di apertura delle “frontiere”?

Cosa è cambiato fuori e dentro di noi? Credo che ora si stia delineando sempre più chiaramente a la  Psicofase 4, quella della RESPONSABILITA’ individuale che, ahimè, impatta sulla comunità.

Non che la responsabilità individuale non fosse già richiesta nelle fasi precedenti che ho descritto nelle mie psicopillole, ma ora è diverso.

E’ come se fossimo cresciuti ed avessimo raggiunto la maggiore età: siamo noi a determinare il nostro futuro, la nostra salute e con nostra intendo della comunità.

Ora siamo noi stessi ad avere il controllo delle nostre azioni, ora che siamo liberi di spostarci su tutto il territorio.

Attenzione, esistono prescrizioni molto chiare che tutti dobbiamo rispettare, ma è come l’uso delle cinture di sicurezza: non è che le dobbiamo indossare perché se ci beccano ci fanno la multa, ma le dobbiamo indossare per abbassare le probabilità di incorrere in conseguenze più gravi per la nostra incolumità nel caso di incidente.

La precauzione è legata al rischio. Vai in macchina, corri il rischio di incorrere in infortuni. Metti il casco (ben allacciato) quando vai in moto, o i dispositivi di sicurezza se lavori nei cantieri, non per la multa, ma perché se la testa sbatte contro qualcosa hai più probabilità di proteggertela.

Non dobbiamo aderire alle prescrizioni per evitare le sanzioni, ma per la nostra sicurezza.

Ecco che qui il discorso si complica, proprio perché il tema della sicurezza non è legato all’obbligo, ma ad una cultura della sicurezza, cultura del concetto della prevenzione della salute e necessita di responsabilità individuale e consapevolezza della valutazione del rischio per noi stessi e per la comunità.

Sì, perché se non mi metto la cintura di sicurezza mentre guido, potrebbe capitare qualcosa (tocchiamo ferro) a me stesso, ma se non rispetto le chiare indicazioni per la prevenzione del rischio contagio per il covid-19, potrebbe non accadere niente a me, ma potrei (a mia insaputa e mio malgrado) essere portatore di questo maledetto virus e contagiare chi è meno fortunato di me. E credo che sia proprio di questo che dobbiamo essere responsabili e consapevoli.

Sì, ma ora il virus si è indebolito non dobbiamo più temere…. OCCHIO! ATTENZIONE!!

Siamo tutti stanchi, e credo che in pochi vogliano tornare indietro in lockdown e dobbiamo stare attenti alla prima psicofase della negazione che abbiamo conosciuto perché è un attimo tornare a pensare: ma no dai, non è niente! E scivolare in ciò che abbiamo conosciuto e che speriamo non ci capiti mai più di vivere.

Ecco perché, proprio ora è molto importante conoscere in cosa consista questa nostra libertà, perché è responsabilità dei singoli non mettere a repentaglio la nostra economia e la salute dei più vulnerabili (genitori, nonni, persone con patologie), per noi stessi, per la nostra comunità e per la collettività.

Nella libertà ognuno ha la responsabilità di:

  • Stare a casa e non avere contatti sociali se si ha la temperatura superiore a 37.5°C e di informare il medico di base
  • Rispettare l’igiene respiratoria: Indossare sempre la mascherina correttamente quando siamo in luoghi chiusi, mezzi di trasporto o quando siamo in luoghi frequentati da tante persone e starnutire o tossire in un fazzoletto o nella piega del braccio (se proprio lo fai nella mano, disinfettati prima di toccare qualunque cosa)
  • Tenere il distanziamento sociale di un metro dalle persone (non congiunti=familiari o conviventi) o di due metri se fa sport
  • Rispettare il divieto di assembramento, non mettiamo in difficoltà gestori di bar o locali che non dovrebbero ricordarci delle nostre responsabilità
  • Mantenere l’igiene delle mani (lavare con acqua e sapone o con i gel disinfettanti)
  • Dare le generalità in negozi o ristoranti  per tracciare i movimenti e gli eventuali contatti con positivi al virus
  • Valutare se installare l’app “Immuni” sul telefonino per tracciare in tutta sicurezza di privacy gli spostamenti (io l’ho installata)

Non è poi così tanto che dobbiamo fare per proteggere noi stessi, la comunità e la collettività.

Credo che ce la possiamo fare con un po’ di responsabilità civile e chissà che non facciamo un passo in più verso la cultura della sicurezza. Magari, così potremmo trasmetterla ai nostri figli affinchè loro, in futuro, sappiano proteggersi senza bisogno dell’obbligo di legge, ma proprio per Cultura.

Psicopillola di Cristina Sciacca psicologa

Contatto Skype Cristina Sciacca

4 maggio 2020 Qualcosa è cambiato. Notiamolo! Psicopillola per l’allenamento della nostra autoconsapevolezza

4 maggio 2020 La percezione ai tempi del coronavirus Psicopillola di Cristina Sciacca psicologa

Qualcosa è cambiato. Notiamolo. Alleniamo la nostra autoconsapevolezza.

Stamattina, mentre prendevo il caffè sono uscita sul mio terrazzino ed ho capito che il cambiamento sta anche nei suoni.

Anche ora, mentre sto scrivendo sento smartellare, sento il rumore di mattoni che i muratori qui in fondo alla via rompono con energia con i più svariati attrezzi rumorosi.

Ecco, è il suono del cambiamento.

E’ il suono del cambiamento perché lo noto.

Quando le cose cambiano ce lo dice la nostra percezione che viene dagli organi di senso: ciò che vediamo, che sentiamo con le orecchie, che sentiamo con la pelle, che odoriamo, che gustiamo ha qualcosa di diverso. Allora notiamolo, prestiamogli attenzione!

Devo dire che mentre notavo il rumore dello smartellamento, che ho subito riconosciuto perchè familiare, ho avvertito una sensazione piacevole, come di senso di apertura e l’emozione che ho provato era di speranza. Ho pensato che fosse bello il suono della ripartenza.

Allora penso che tutto sia tornato “normale”, come “prima”.

Ma quale “normale”? Quale “normalità”?

Tutto sta cambiando e riprende vita. Vita diversa da “prima”, questo “durante” coronavirus, piano piano ci traghetterà verso il “dopo”, che sarà nuovo, ma che ancora non si può calendarizzare (https://cristinasciaccapsicologa.it/psicofase-3-gestione-della-fatica-e-stress-psicofisico-prenditi-cura-di-te/).

Niente più è “normale”, perché prima di diventare “normale”, deve diventare la norma, quindi la nuova abitudine.

Quando notiamo qualcosa, significa che c’è un qualcosa di diverso, ed ora tutto ci dice che siamo entrati nella nuova fase, quella della ripartenza, dove tutto inizia a muoversi. Ma lo notiamo, la nostra percezione è cambiata. Cioè, a dire il vero, lei è rimasta la stessa, ma sono cambiate le cose che nota.

Tutto ci dice che le cose sono cambiate in questo periodo di “durante il coronavirus”. e, forse, non ne vedevamo l’ora!

Ho già fatto un esempio legato alla percezione dei suoni: come nelle scorse settimane abbiamo notato il “suono” del silenzio, cioè l’assenza di suono, al quale ci siamo abituati, ora la nostra percezione ci segnala i suoni dei “rumori” a cui prima eravamo abituati, ma che ora ci sorprendono. e li notiamo.

Anche la vista ci dice che qualcosa è cambiato. Notiamolo!

Tutti gli spazi pubblici sono organizzati in modo diverso, proprio per gestire la distanza sociale, nel mio piccolo, anche il mio studio è cambiato: l’ho tutto girato e rigirato per adottare le misure di prevenzione ed avere la distanza di sicurezza, per me stessa e per i miei clienti. La sensazione è stata via via sempre più positiva e l’emozione un po’ ambivalente, un po’ di felicità associata al fatto di riprendere l’attività in presenza ed un po’ di velata preoccupazione. Ma è poi bastato spostare ancora la disposizione del divano e della poltrona per trovare la giusta distanza ed ora sono serena e pronta per una ripartenza in sicurezza.

La vista fa da sentinella e va dove prima non andava, per esempio va subito a controllare se l’altro che si sta avvicinando ha o meno i guanti. Lo avete notato anche voi?

Ma credo che il cambiamento sia più profondo. Forse capita anche a voi, ma quando guardo in TV servizi di informazione, gli spettacoli registrati, i film o le serie, noto le distanze interpersonali, noto che “loro” stanno vicini, noto che, addirittura, si toccano anche solo per un saluto!

Ecco, quando lo notiamo, la nostra percezione sta notando il cambiamento. E lo fa per metterci in guardia e proteggerci.

Pensate agli odori. Con le mascherine anche la percezione degli odori cambia.

Pensiamo alla pelle, cosa ci trasmette, sente il nostro stesso respiro sotto alla mascherina, sente il contatto con i guanti.

Facciamo una prova.

Come state vivendo le prime uscite? Cosa notate attorno a voi? E dentro di voi?

Quali emozioni, sensazioni provate? Quali sono i vostri pensieri? Vi trovate a pensare di essere fuori di testa proprio per tali emozioni, percezioni, sensazioni e pensieri?

Vediamo insieme in questa psicopillola cosa può capitare di provare e di pensare in queste occasioni e vedrete che non siete fuori di testa, ma che il vostro cervello nota i cambiamenti, lo fa per proteggervi e per ricordare che se si adottano le misure di sicurezza siamo al sicuro.

“Sono uscita a camminare attorno il mio palazzo e dopo un mese e mezzo ho fatto una passeggiata più lunga della fila al supermercato col carrello ed ho avuto sensazioni strane. Era come se mi meravigliassi di spostarmi, come se mettere un piede davanti all’altro fosse una cosa strana, vedere spostare il mio corpo, è stato proprio strano, quasi come una vertigine…senza considerare che sentivo le gambe sgranchirsi…”

“Sono andata al supermercato dopo quaranta giorni che non uscivo di casa, sa, ero positiva, e tutto mi sembrava strano, grande, quasi ovattato. Mi sembrava tutto strano, la luce mi infastidiva, le persone, per fortuna che tutti avevano la mascherina….”

“..al supermercato un signore, per errore, mi ha preso contro ad un braccio. Ci siamo guardati spaventati, non ci siamo detti niente, ma sapevamo che ognuno pensava di essersi contagiato attraverso il contatto con l’altro. Poi ho pensato, ma mica si trasmette col gomito, avevamo le mascherine e non ci siamo mica starnutiti in faccia!, così mi sono calmato . abbastanza.”

“..Quando ha suonato alla porta il tecnico delle zanzariere, ho subito notato che aveva la mascherina ed i guanti, e allora ho indossato la mia e l’ho fatto entrare. Era strana la sensazione che mi proveniva dall’avere la mascherina in casa mia..”

“…ma poi… quasi quasi, io sto meglio in casa… chissà quando sarò pronto ad uscire di nuovo…”

Sarà necessario che ci abituiamo a provare sensazioni, pensieri ed emozioni nuove per noi, perché il contesto nuovo, al quale ci abitueremo, naturalmente, ma che inizialmente ci sorprenderanno.  

Le percezioni generano le sensazioni che proviamo, sono quindi legate alla percezione e a qualcosa che sentiamo di riflesso nel corpo.

Le sensazioni che proviamo attaversano due poli o macroaree: da quelle positive e quelle negative.

L’attribuire alle sensazione una chiave edonica, cioè una valutazione se, appunto si tratta di una sensazione positiva, cioè buona o negativa, cioè sgradevole avviene in un micromomento successivo e le associa.

Il nostro cervello nota i cambiamenti, lo fa in modo automatico per proteggerci e per ricordarci che se si adottano le misure di sicurezza siamo al sicuro.

Presto ciò che ora notiamo diventerà “normale” e non lo noteremo più, ma ora è “normale” provare strane sensazioni, emozioni e pensieri e non siamo fuori di testa per questo.

Abituarci a notare ciò che percepiamo, sentiamo e proviamo emotivamente, poi, fa parte della nostra autoconsapevolezza di cui sempre vi parlo, quindi, notare ciò che abbiamo notato è una operazione importante che ci aiuta ad auto regolarci (è pure la I. di ISOGRAM https://cristinasciaccapsicologa.it/meno-instagram-e-piu-i-s-o-g-r-a-m-attivita-quotidiane-che-favoriscono-la-salute-per-diventare-il-migliore-amico-di-se-stessi/).

Poi, chissà se il 4 maggio 2020 sarà una data storica e ci intitoleranno le vie. Sarà così, forse, se ascolteremo la nostra percezione che ci porta a vivere in sicurezza, allora, alleniamo la nostra auto consapevolezza e portiamola verso comportamenti di sicurezza per noi e per tutti!

Presto ci abitueremo, forse, come ci siamo abituati a stare chiusi in casa a fare le maratone di serie tv con i figli che ti insultano e ti prendono in giro, perché non ne imbrocchi uno di quei nomi assurdi dei protagonisti delle saghe che guardi insieme a loro per condividere il tempo diventato tanto e a disposizione.

Di sicuro, può essere anche questa una buona occasione per imparare qualcosa. Allora Buon 4 maggio!!

Psicopillola di Cristina Sciacca psicologa

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Come calmare i nostri bambini? Psicopillola sulla regolazione emotiva

Come calmare i nostri bambini? Psicopillola sulla regolazione emotiva
di Cristina Sciacca psicologa

Come calmare i nostri bambini? Qualche tempo fa avevo scritto questa psicopillola sulla regolazione emotiva che mi pare molto chiara e semplice. Per questo ve la ripropongo.

Sto viaggiando in treno. Sto apprezzando sempre di più il viaggiare come passeggera in treno. Trovo molto riposante muovermi, fare chilometri e pensare ai fatti miei, leggere, scrivere, telefonare, oziare e osservare, cose che mentre guido non sono altrettanto possibili, inizio a stancarmi a guidare tanto. Ecco, osservare mi piace molto.

Ora, ad esempio sono piacevolmente attratta da questa signora sulla trentina che è appena salita. Veste in modo semplice e comodo, indossa una tuta da ginnastica grigia con scritte e scarpe tipo All Star, ha i capelli raccolti in una treccia che aderisce alla testa ed è una mamma.

Con sè ha la sua bambina, una piccolina ricciolina che avrà al massimo tre anni. Ora la signora volge il viso dalla mia parte, la vedo meglio: sarà sui trentacinque, o non li porta granchè bene. Quando salgono in treno bambini piccoli mi sento minacciata nella mia tranquillità in quanto spesso sono rumorosi e, dico la verità, mi disturbano. Non in questo caso. Ciò che mi colpisce del modo di questa signora è che mi fa riflettere e scrivere per condividere qui a proposito del ruolo genitoriale di “regolazione emotiva e sintonizzazione affettiva“.

La regolazione è una funzione fondamentale che i genitori devono svolgere per aiutare i bambini ad imparare a gestire le emozioni, le loro percezioni, le sensazioni che provano. Competenza fondamentale da acquisire, utile poi per tutta la vita.

Questa signora le parla continuamente con voce calma e calda. Sempre. Quando la bimba urletta o parla molto forte, lei non si sa regolare, la mamma le risponde sempre a bassa voce e la bimba, per natura, è portata ad imitarla, ha uno specchio di comportamento. Ah, io non capisco cosa dicono, tranne quando la bimba, eccitata, ripete a voce alta le stazioni di arrivo “Faenza stazione di Faenza” , “treno regionale”, perchè loro parlano un’altra lingua. Dell’est, credo. Non importa, per capire che questa mamma sta lavorando per insegnare alla sua piccola ricciolina la capacità di regolazione emotiva basta cogliere il non verbale.

Ecco, ora la bimba da segni di stanchezza e la sua mamma, prontamente, li coglie, sbatte le palpebre più spesso e si strofina gli occhietti, per esempio. Allora la sta prendendo in braccio e continua a parlarle dolcemente sfogliando il libricino insieme. Questa è la sintonizzazione affettiva: la mamma “sente” la sua bambina.

Sintonizzandosi con la bimba la accoglie, la contiene, la regola e la calma.

Non la sgrida, la guida.

La regola, appunto, nelle sue percezioni, nelle sue emozioni, nel comprendere le sue stesse sensazioni.

E’ una mamma responsiva, che, cioè, reagisce in modo adeguato e si adatta ai bisogni della sua bambina: bisogno di sentirsi amata, di sentirsi valorizzata, accolta, contenuta, vista e sentita. E’ una mamma che le dedica tempo, attenzioni.

Questo comportamento materno è predittivo di una crescita sana ed equilibrata in quanto la bimba può crescere con una base sicura e potrebbe sviluppare uno stile di attaccamento sicuro (prossimamente farò un altra psicopillola in proposito).

Ora è entrato nel vagone un signore con una fisarmonica, suona e chiede un obolo. La mamma scambia con me un’occhiata eloquente: “Accidenti, si era appena addormentata!!” , ma non fa una piega, ha un notevole self control ‘sta donna. La bimba apre gli occhi, lo guarda e si gira dall’altra parte. Per fortuna!!!!

Sono arrivata, il viaggio è stato piacevole e, per me, istruttivo e produttivo.

Scendo, non prima di essermi complimentata e di avere ringraziato questa mamma.

Psicopillola Cristina Sciacca psicologa

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PSICOFASE 3 GESTIONE DELLA FATICA E STRESS PSICOFISICO: prenditi cura di te!

PSICOFASE 3: GESTIONE DELLA FATICA E STRESS PSICOFISICO Psicopillola di Cristina Sciacca Psicologa

Inizia la fase 2 ma siamo alla psicofase 3: Prenditi cura di te.

Io credo che siamo in questa terza psicofase caratterizzata da forte senso di fatica e stress psicofisico data dalla lunghezza delle fasi precedenti (psicofase 1 “negazione” e psicofase 2 “accettazione” descritte nella psicopillola precedente, da cui questa è estratta https://cristinasciaccapsicologa.it/le-3-psicofasi-ai-tempi-del-coronavirus-azioni-positive-alla-portata-di-tutti-per-superare-la-psicofase-3/) e che richiede a tutti un grande sforzo, ma che dobbiamo affrontare con consapevolezza per superarla con meno danni psicologici possibili.

Sì, perché l’uomo si adatta all’ambiente, ma se il periodo di difficoltà ha una durata indefinita o, comunque se è troppo lungo porta con sé danni psicologici tangibili che occorre riconoscere e gestire tempestivamente per scongiurare l’esaurimento psicofisico.

Il costo dell’emergenza psicologica è molto alto ed in questa psicopillola vogliamo parlare di ciò che ognuno di noi può fare per contenere lo stress individuale e familiare.

L’emergenza sanitaria ed economica, infatti, ci hanno portato ad una enorme emergenza psicologica che già era presente nella psicofase 2 e che in questa psicofase 3 necessita di interventi a livello individuale e sociale.

L’esperienza delle necessarie misure adottate a contrasto del contagio: il distanziamento sociale, il blocco delle attività produttive e della mobilità, ci hanno portato a vivere un’esperienza molto grave a causa  della deprivazione sociale, dell’isolamento, dell’inattività e per l’insicurezza economica, oltre che per la preoccupazione per la salute minacciata dal virus.

Si tratta infatti di un trauma collettivo. Sì, si chiama proprio così, come se fosse stato un terremoto, ma forse può essere paragonato meglio ad un attentato, per l’insicurezza che comporta l’epidemia con il rischio contagio non ancora risolto.

Ecco perché, dopo la negazione del virus, dopo la difficoltosa accettazione delle misure, in questa terza psicofase siamo in preoccupazione/fatica/esaurimento: ormai siamo stanchi.

Si tende a non vederne la fine, questa quarantena sembra un’ottantena e ci ritroviamo ad essere sospettosi e a temere l’altro per il contagio possibile, se prima stavamo distanti per decreto, ora siamo distanti per paura, al punto che fatichiamo a reggere il contatto visivo quando al supermercato tendiamo ad evitare pure lo sguardo di chi incrociamo, sempre a distanza, tra gli scaffali.

Le preoccupazioni per le difficoltà economiche sono reali, tangibili ed alle stelle.

I disturbi depressivi, d’ansia e del sonno sono all’ordine del giorno, possono aumentare le dipendenze comportamentali e da sostanze, aumentare l’aggressività, quindi i conflitti che ne conseguono a livello di coppia, familiare, coi vicini, o al lavoro sono all’ordine del giorno.  

Ricordo ciò che ho scritto in apertura: per gestire le nostre emozioni, che guidano i comportamenti, è necessario riconoscerle ed accettarle.

Stare meglio, migliorare il nostro benessere è possibile e possiamo e dobbiamo riconoscere e prenderci carico dei nostri malesseri per farvi fronte con grande responsabilità verso noi stessi, la nostra famiglia, la nostra comunità. Sì, perché siamo parte di sistemi interconnessi e il nostro benessere psicologico personale avrà ripercussioni nei diversi livelli.

AZIONI POSITIVE: COSA FARE PER GESTIRE E SUPERARE LA PSICOFASE  3

Per fare affrontare e gestire questa fase di fatica psicofisica è necessario innanzitutto mettere in azione INTENZIONALMENTE i seguenti atteggiamenti mentali:

  1.  Azionare il nostro cervello corticale per effettuare le operazioni di riconoscimento delle emozioni e individuare le strategie per gestirle in modo da non danneggiare noi stessi e gli altri. Possiamo pensare a questo rinforzando la nostra “parte adulta”
  2. Mantenere allenato (significa azionare consapevolmente e ripetutamente) uno stato di fiducia e positività che ci rendono in grado di essere attivi e proattivi nel gestire le situazioni complesse che stiamo vivendo
  3. Sentire tutto il potere che è nelle nostre mani per agirlo anche attraverso piccole operazioni che sono però fondamentali per il nostro benessere e il benessere dei nostri familiari. Questo punto è fondamentale per trovare soluzioni e per ridurre il nostro senso di impotenza, che, al contrario blocca il pensiero creativo limitando la capacità di generare soluzioni
  4. Attiviamo le nostre risorse: quando siamo in difficoltà mettiamo in atto risorse più o meno nascoste, ma che esistono in ognuno di noi proprio per gestire i momenti di difficoltà (che fanno parte della vita, seppure sembrino assurdi come questo del coronavirus)
  5. Avere la consapevolezza che tutto finirà, sarà, probabilmente per un po’ diverso da prima, ma il coronavirus finirà

Vediamo alcune situazioni tipiche di questa psicofase 3 e delle “buone prassi” corrispondenti con le AZIONI POSITIVE ALLA PORTATA DI TUTTI PER SUPERARE LA PSICOFASE 3

  1. Hai sintomi di stress importanti?

Ti sei accorto che è troppo tempo che non dormi, o che stai esagerando con fumo, alcol, cibo, play station, hai sintomi fisici di origine psicosomatica tipo male alla testa, pancia, attacchi di ansia o altro? Hai messo in atto strategie maladattive e ti ritrovi vicino ad una dipendenza, o a litigare forte in casa?

Sei in quarantena fiduciaria e sei costretto a casa e ti senti un untore?

Cerca di mettere in atto azioni di gestione dello stress.

Io ne suggerisco di due tipologie, in base alle tue caratteristiche vedi in quali riconosci maggiormente i benefici per te stesso e per i tuoi familiari:

  • Attività statiche:

fai attività che riducono l’attivazione attraverso il respiro e la consapevolezza del momento presente:

  • esercità la respirazione, cerca esercizi di mindfulness on line, ce ne sono tantissime
  • fai yoga, anche qui on line su you tube trovi di tutto gratuitamente

fai attività che ti danno piacere che producono eustress (stress positivo) e/o che richiedono attenzione focalizzata (così il cervello si distrae dalle fonti di ansia e si concentra su altro):

  • attività manuali tipo: uncinetto, fare la maglia, ricamare, disegnare, dipingere, bricolage, giardinaggio, cucinare, ecc
  • Attività dinamiche:

Fai attività che richiedono sforzi e movimento per eliminare l’energia in eccesso:

  • Pulizie pesanti (ma ormai sarà già tutto pulito)
  • Esercizi di ginnastica, fai le scale su e giù, corri attorno a casa, fai flessioni, anche qui puoi cercarne on line
  • Canta forte a squarciagola le tue canzoni preferite
  • Piglia un cuscino, mettilo sul letto e dagli pugni facendo attenzione di non sbattere sul comodino e farti male
  • Poi per tutti valgono le attività di relazione:

parlare con qualcuno dal quale ti senti capito:

chiama al telefono, o meglio, videochiama un amico, un conoscente, un esperto, chiunque ti possa accogliere in questo momento difficile.

Se vedi che i tuoi sintomi sono importanti o durano a lungo, informa il tuo medico di medicina generale e il tuo psicologo di fiducia (sì, credo che tutti dovremmo averne uno).

2.Riprenderai il lavoro? => METTERSI IN SICUREZZA

Non vedi l’ora di rientrare al lavoro perché sei stanco di stare a casa, ma sei ambivalente ed allo stesso tempo hai paura del contagio?

Hai ragione ad essere preoccupato, fai bene a non abbassare la guardia, è naturale, dato che il problema contagio non è ancora stato risolto (dato di realtà).

 Ci sono fior fior di scienziati in tutto il mondo, che si stanno dando da fare per trovare le soluzioni (dato di realtà legato alla fiducia che genera sensazioni positive di speranza e di potere).

Esercitiamo il nostro potere mettendo in atto le azioni che già conosciamo, già sappiamo  cosa possiamo e DOBBIAMO fare per proteggerci:

  • Mantieni il distanziamento di almeno un metro dai colleghi (non abbracciarli o stringere le mani)
  • Igiene delle mani (acqua e sapone, o soluzioni idroalcoliche da avere sempre con se)
  • Igiene respiratoria (tossisci e starnutisci nel fazzoletto o nella piega del gomito), mascherina
  • Pulisci e disinfetta gli strumenti e i piani di lavoro
  • Arieggia i locali più volte al giorno
  • Stai a distanza dai clienti e richiedi protezioni di plexigass (quelle che vediamo alle casse dei supermercati, o nelle farmacie)
  • Se, poi, hai la febbre, non andare al lavoro

3)Sei in serie difficoltà? CHIEDI AIUTO!

Essere in serie difficoltà è una condizione che può capitare a tutti e che fa parte delle situazioni della vita.

E’ per questo che non ce ne dobbiamo vergognare!

E’ molto sbagliato pensare di farcela sempre da soli, è il mito dell’autonomia e della forza.

Tutti siamo dipendenti e interdipendenti gli uni con gli altri.

Tutti facciamo parte di un tutto: di un sistema familiare, di una comunità, di una nazione.

Tutti siamo forti e deboli allo stesso momento.

Ma quando siamo in forte difficoltà dobbiamo azionare il nostro cervello corticale e chiedere aiuto!

Questo significa prenderci carico di noi stessi, essere forti ed azionare il tasto di emergenza della navicella e non farla schiantare perché ci sembra di essere deboli o ci vergognamo.

Possiamo avere vari livelli di difficoltà in diversi ambiti.

Allora in questi casi è sano chiedere aiuto ad amici, vicini di casa, familiari, esperti o a chi ha il compito istituzionale di intervenire.

  • Stai vivendo una esperienza di maltrattamento e di violenza intrafamiliare o stalking?

 Non tollerare oltre, per te e per i tuoi figli, se ne hai: chiama i Servizi Sociali, i Carabinieri o fai il numero 1522 dove trovi chi ti ascolta, al 1522 trovi anche una app creata apposta.

Se ti senti in pericolo ci sono i centri antiviolenza e le case/rifugio per le donne (lascia perdere i casi drammatici che sentiamo in tv, fortunatamente ce ne sono a migliaia che finiscono bene, ma occorre CHIEDERE AIUTO!)

  • Sei in difficoltà nella gestione dei figli, nei rapporti di coppia o familiari, insomma hai difficoltà psicologiche (cognitive, affettive, relazionali, comportamentali)?

Inizia col chiedere aiuto ad amici e parenti, poi passa ad un colloquio con un esperto psicologo che sia iscritto all’Ordine degli psicologi in modo da rivolgerti a professionisti veri del benessere psicologico. E’ un falso mito che se vai dallo psicologo o sei matto o ci vorranno anni perché ti lega mani e piedi a lui. Lo psicologo (iscritto all’Ordine) fa anche counseling che significa che fa consulenze mirate a risolvere un problema e solitamente sono brevi. Gli psicologi ti trovi al servizio pubblico e, se puoi, nel privato, ora tutti lavoriamo on line ed è meno peggio di ciò che immagini. Personalmente mi sto trovando bene a lavorare con Skype.

  • Sei in difficoltà economiche? Rivolgiti in un crescendo alla tua rete sociale, familiare, alle istituzioni, al Comune, alle parrocchie, alla Croce Rossa. Qualcuno che potrà supportarti in questa difficile fase lo troverai, non rivolgerti a chi si approfitta di te come strozzini, oppure organizzazioni malavitose.  

4.Hai avuto un lutto legato al Covid-19?

Eh, sì, dobbiamo fare i conti anche con questa drammatica realtà di chi sta vivendo questo in prima persona o per il lavoro che svolge.

Carissimo, stai attraversando un momento davvero tragico e ti faccio le mie più sentite condoglianze.

Nessuno dovrebbe passare ciò che hai passato e che stai passando tu. Tu stai malissimo, perché questo maledetto virus ti ha portato via un familiare, un amico, un collega nel modo più atroce.

Attenzione, l’atrocità non è data dalla morte in sé, che, per definizione è sempre tragica e ingiusta e non si è mai pronti ad affrontarla, atroce non solo perché è l’unico per sempre che conosciamo e manda i sopravvissuti nel dolore più cupo, ma allo stesso tempo, nel dolore più naturale, proprio perché la morte è un fenomeno legato alla vita.

L’atrocità della morte ai tempi del coronavirus sta nelle modalità con cui avviene e per come deve essere gestita proprio per contrastare il virus.

Si tratta di una morte vissuta in solitudine, solitudine per chi ci lascia, per chi non può avere il conforto dei cari, ma solo degli operatori che si trovano a loro volta a vivere tragicamente il momento in cui il loro ruolo assume un valore di ultimo familiare surrogato (con terribili conseguenze psicologiche per gli operatori sanitari).

E’ anche una morte vissuta in solitudine anche per chi rimane: figli, fratelli, coniugi, genitori, parenti, amici, colleghi, i quali non possono, o non hanno potuto aver il conforto della vicinanza fisica nella morte e dei rituali del lutto.

I lutti senza corpo sono i più tragici, sono quelli a cui non si può dare una ragione. Sono quelli a cui si può anche sfuggire: “magari non era lui, hanno scambiato qualcosa”, dando spazio, anche qui alla negazione, come nei casi di scomparsa che sentiamo nella cronaca nera.

I lutti senza corpo sono lutti ancora più complessi dei lutti gravi che possiamo vivere, come i suicidi, le morti improvvise, le morti di giovani e giovanissimi.

I lutti senza corpo non consentono un saluto. Abbiamo visto tutti le immagini di quelle carovane di convogli militari che trasportavano salme.

Mi rivolgo a te che hai subito tutto ciò.

E’ necessario che tu compia 5 azioni per procedere con la difficile elaborazione del lutto e uscire dall’impotenza con operazioni cognitive e pratiche che ti aiuteranno psicologicamente a stare un po’ meglio nel dolore del lutto:

  • 1.Purtroppo devi accettare la realtà che il tuo caro non c’è più, anche se non lo hai visto direttamente
  • 2.Sappi che non è colpa tua
  • 3.Sappi che appena possibile potrai raggiungere la salma e fare il funerale che il tuo caro merita e che potrai condividere il momento con tutti coloro che vorrai
  • 4.Intanto, se ancora non lo hai fatto, crea tuoi rituali di saluto, non sei matto se crei un altarino in casa, se accendi una candela, se gli scrivi una lettera
  • 5.Coinvolgi anche i bambini nel casalingo saluto rituale al caro estinto e approfitta per ricordare loro chi e cosa era per te e per voi quando era in vita.

Tutto questo lo devi fare che tu sia religioso, o che tu non lo sia, perché si tratta di pratiche che sono a sostegno dell’equilibrio dei vivi, che spesso vivono in famiglia ed hanno la responsabilità di sostenere emotivamente i più fragili e i propri figli per non fare perdere loro la speranza nel futuro e per non buttarli nell’angoscia.

5. Le cose tutto sommato ti vanno benino, oppure non vanno bene, ma hai un po’ di energia? Allora sii utile agli altri!

Praticare la gentilezza, la solidarietà, è risaputo, è un’altra condizione che dà valore a noi stessi e genera benessere all’altro ed a sé. Questo perché si viene a creare un circuito virtuoso di positività che si autorinforza, e come abbiamo detto la positività è necessaria per portare cambiamenti.

Ognuno nel proprio piccolo può esercitare queste micro (o macro) azioni di solidarietà che hanno un effetto benefico importante per noi stessi ma anche per la nostra comunità. Cosa intendo con essere utili agli altri?

  • Esercitare la vicinanza emotiva: siamo così distanti, ma possiamo fare un sorriso, dare uno sguardo, anche solo a chi incrociamo a fare la spesa, fare una parola con i nostri vicini, chiamare al telefono o videochiamare i nostri anziani per stare loro vicini
  • Agire piccole attenzioni da distribuire a caso, o mirate, in base alle nostre caratteristiche, alla nostra professione, alle nostre possibilità e capacità
  • Aderire all’associazionismo volontario è un’altra attività che dà tanto a chi la fa e a chi la riceve, ovunque ci sono associazioni di volontariato, dalle più importanti e organizzate a livello nazionale e locale, come la Protezione Civile, o la Croce Rossa, alle piccole realtà locali, dalle parrocchie ad altre realtà così forti ed importanti nel nostro Paese

I problemi emotivi che stiamo vivendo in questa psicofase sono tanti e costringono tutti a un grande sforzo di responsabilità, ognuno per il ruolo che riveste, di responsabilità per se stessi, per le proprie famiglie, per la comunità, appunto in base al ruolo che rivestiamo.

In noi abbiamo le risorse, la forza e fiducia per affrontare e superare questa fase e, sicuramente, in qualche modo ce la faremo ed entreremo nella prossima psicofase, quella del “ma come ho fatto a superare tutto” tipica di quando guardiamo indietro e riconosciamo le difficoltà che abbiamo superato!

Psicopillola di Cristina Sciacca Psicologa 

Per counseling on line contatto skype: Cristina Sciacca

LE 3 PSICOFASI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS: AZIONI POSITIVE ALLA PORTATA DI TUTTI PER SUPERARE LA PSICOFASE 3

LE 3 PSICOFASI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS:

AZIONI POSITIVE ALLA PORTATA DI TUTTI PER SUPERARE LA PSICOFASE 3 Psicopillopla di Cristina Sciacca Psicologa contatto Skype: Cristina Sciacca

Con questa psicopillola, vorrei porre l’attenzione sulle tre fasi psicologiche, le psicofasi, che si possono individuare in questi tempi di coronavirus per porre l’attenzione, appunto, sulla terza che stiamo ora attraversando ed indicare quali atteggiamenti mentali, comportamenti e buone prassi adottare per farvi fronte.

Le fasi psicologiche che viviamo e stiamo vivendo in questi tempi di coronavirus sono qualcosa di intangibile, si tratta di processi inconsapevoli, inconsci, ma che possono travolgerci.

Se vi prestiamo attenzione, attivando le nostre risorse riflessive (è sempre l’attivazione del cervello corticale che ci consente la razionalità e la consapevolezza), credo che tutti le possiamo riconoscere per gestirle in mono efficace e, appunto, non farci travolgere da esse.

Mi riferisco ai risvolti emotivi che sono interconnessi ai nostri comportamenti ed al nostro modo di percepire il mondo che ci circonda e/o che abbiamo dentro di noi e che tanto influenza il nostro modo di percepire e reagire all’ambiente.

In questi giorni c’è un gran parlare dell’attivazione della Fase 2, che sarà quella della ripresa delle attività economiche con azioni tangibili. Siamo in attesa che il Presidente del Consiglio  e i membri del Governo incaricati di gestire la Crisi ci illustrino come sarà, quando inizierà, cosa comporterà, in termini di azioni e comportamenti da attuare per l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica.

Facciamo un gran parlare della fase 2 che deve arrivare, ma io penso che siamo già alla fase psicologica 3 e che sia questa che dobbiamo gestire con la difficoltà della sua intangilibilità, che però diventa tangibile in termini di malessere psicologico di tutti noi che stiamo vivendo una esperienza traumatica.

Ho individuato queste tre fasi psicologiche ai tempi del coronavirus, che ho chiamato PSICOFASI: 1.negazione/panico, 2.accettazione, 3.Gestione della fatica e dello stress psicofisico.

Le psicofasi hanno avuto inizio attorno a fine gennaio ed hanno comportato un cambiamento collettivo che si trasforma e ci porterà a nuove psicofasi, fino a quando ritorneremo, tra un tempo ancora indefinito a sentirci nuovamente al sicuro dal punto di vista della salute, delle nostre condizioni economiche e di vita, situazioni che portano a vivere in uno stato emotivo di una certa sicurezza (https://cristinasciaccapsicologa.it/vita-ai-tempi-del-coronavirus-test-qual-e-la-situazione-che-sto-vivendo/).

Le emozioni sono naturali, fanno parte dell’uomo ed è fondamentale riconoscerle e accettarle per poterle fronteggiare con modalità e comportamenti volti a gestirle in modo efficace e non dannoso per se stessi, o per chi ci sta vicino.

Questa psicopillola è stata creata al fine di portare a consapevolezza l’aspetto emotivo/psicologico per non essere succubi della nostra stessa emotività, e per facilitare l’attribuzione di senso di ciò che si vive e per promuovere azioni positive di buone prassi che ognuno può attuare nella propria realtà indicando le azioni positive alla portata di tutti per superare la psicofase 3 .

Come per le altre psicopillole, provate a vedere se trovate corrispondenze con voi stessi e mentre leggete cercate di entrare in contatto con i diversi vissuti.

Le emozioni sono fondamentali, sono naturali, fanno bene, ma devono essere gestite in modo adattivo; se e quando diventano, invece, fonte di malessere per noi stessi e/o per chi ci sta vicino, averne consapevolezza è l’unico modo per essere di aiuto a noi stessi o la base per chiedere un aiuto esperto.

E’ una psicopillola un po’ massiccia, leggetela un po’ per volta, saltellate qua e là, magari cominciate dalla fine, dove parlo della psicofase 3 e illustro le azioni positive alla portata di tutti che possiamo attuare per gestire la stanchezza che proviamo, poi risalite alle fasi precedenti, se vi va.

Buona lettura!

PSICOFASE 1 : LA NEGAZIONE/PANICO

Possiamo mettere l’origine di questa prima psicofase nel gennaio 2020.

La negazione è un processo psicologico che ha il fine di difendere il soggetto da esperienze emotive destrutturanti o, comunque negative, un meccanismo difensivo che intende proteggere negando ciò che esiste in modo da evitare la sofferenza.

E’ una modalità difensiva che si attiva automaticamente, in particolare in situazioni traumatiche e ci fa pensare, e dire frasi come queste:

“Non è vero”

“Non sta succedendo davvero a me/noi”

“Esagerano”

“Vabbè, succede in Cina, o in Veneto o a Codogno, cosa centro io/noi”

Chi non ha pensato o detto quelle frasi nel periodo da fine gennaio a febbraio?

Quando le notizie di Wuhan ci facevano pensare che fossero i cinesi ad avere il problema, o quelli di Codogno, o di Vò Euganeo, tutto sembrava confinato, quindi il problema era solo il loro.

Poi però dal 23 febbraio hanno iniziato ad accadere cose inimmaginabili, fino ad allora riservate ai film di fantascienza, oppure ai popoli sfortunati del terzo, o quarto mondo (cioè lontani da noi).

Hanno iniziato a chiudere le scuole, musei, bar, le attività produttive non essenziali, poi, infine, con il drammatico DPCM del 9 marzo 2020, hanno chiuso le nostre stesse case in tutto il territorio nazionale.

Naturalmente fino a quando questa psicofase 1 di negazione è stata attiva, il nostro atteggiamento è stato di incredulità e resistenza a mettere in atto le misure restrittive di distanziamento sociale volte a contrastare il contagio da SarsCov-2.

Dall’incredulità, alla paura, al panico.

Se fate mente locale, infatti, riuscite a ricordare e individuare un’altra componente di questa psicofase 1, perché tutti possiamo riconoscere che vi è stato un altro fenomeno psicologico che tutti abbiamo vissuto o visto vivere ad altri al posto della negazione: c’è, infatti, chi si è trovato a vivere reagendo con il panico.

Il panico è una reazione legata alla sopravvivenza, quando l’individuo si trova sopraffatto da una minaccia reale o percepita. Sì, anche se è percepita, perché il nostro cervello reagisce allo stesso modo, sia che lo stimolo sia reale, vero, tangibile, sia che si trovi a fronteggiare un pericolo percepito, cioè avvertito o immaginato. Il cervello fa il suo lavoro che è quello di metterci in sicurezza istintivamente, senza stare tanto a pensare.

Il panico, in questo caso, descritto in una mia precedente psicopillola, la prima sull’argomento coronavirus datata 25 febbraio 2020 (https://cristinasciaccapsicologa.it/coronavirus-prevenzione-e-psicosi-di-massa-meccanismi-automatici-dellisteria-di-massa/ in effetti leggendole tutte si vede il cambiamento del mood), è stata l’altra reazione emotiva viscerale che ha portato qualcuno ad avere comportamenti che hanno portato ad isterie di massa.

Tutti ricordiamo le corse ai supermercati per accaparrarsi il cibo (meccanismo di sopravvivenza), con quegli scaffali vuoti che facevano pensare: “…ma allora, qui siamo in pericolo… allora aspetta che accaparro anch’io”, mettendo in atto quei comportamenti di imitazioni propri delle folle che non hanno un cervello individuale, ma appunto diventano un fenomeno di massa dove tutti, senza sapere bene il perché si comportano allo stesso modo.  

L’11 marzo 2020 l’O.M.S., l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di Pandemia.

Fase 2: ACCETTAZIONE DELLA REALTA’ E DELLE MISURE DI CONTRASTO

Nei giorni drammatici seguenti al DPCM del 9/3/2020 piano piano abbiamo iniziato a passare dalla incredulità, allo stordimento, all’accettazione, sebbene controvoglia. Anche qui le reazioni emotive di tutti noi sono state varie e possiamo anche sentirne il diverso flusso e la loro forza, in base alle esperienze che vivevamo, in base a quanto gli effetti provocati dal virus ci fossero vicini, o lontani.

Piano, piano abbiamo imparato a reagire alla perdita delle nostre abitudini, della nostra rete sociale, della nostra routine quotidiana, settimanale, mensile, abbiamo imparato a gestire le distanze e le convivenze forzate, non senza sofferenza.

Ci siamo ritrovati a videochiamare i parenti, anche quelli che magari prima non sentivamo mai, chiamare amici, riorganizzare i tempi e i ritmi quotidiani sballati dall’inattività, conseguenza secondaria della quarantena, a gestire gli spazi di casa, a cucinare cose mai sperimentate in precedenza, a litigare, a gestire le videochat e videoconferenze con maestre e professori, ad acquisire competenze tecnologiche impensate a gennaio.

(psicopillola precedente su come sopravvivere ai tempi del coronavirus https://cristinasciaccapsicologa.it/sopravvivere-ai-tempi-di-coronavirus-nella-convivenza-forzata/).

Ricordiamo che l’uomo è un animale sociale, un essere relazionale, che ha sia bisogno dell’altro, che di avere i propri spazi vitali e che in situazioni di stress e tensione si riduce la tolleranza emotiva e siamo più suscettibili agli stimoli dell’ambienti e a quelli interiori;

ricordiamo anche che le convivenze forzate, gli allontanamenti forzati, la sospensione del lavoro o la perdita del lavoro sono acceleratori di processi e che possono aumentare i conflitti di coppia, familiari e di lavoro.

Abbiamo iniziato questa fase 2 con una certa gioia, o voglia di condividere e sentirsi meno soli, cantando dai balconi, poi piano piano l’energia è scemata, pur mostrando grande responsabilità nel rispettare le misure di contenimento dell’epidemia, nonostante i grandi costi per il nostro equilibrio psicofisico.

Insieme alla accettazione, però in questa psicofase 2 vorrei anche citare altri fenomeni che si sono diffusi in tutto il territorio nazionale: parlo dei fenomeni di incolpazione, quando dagli stessi balconi e finestre da cui prima si cantava e ballava, si è passati allo scagliarsi e insultare chiunque fosse per strada, grande o piccino che fosse, dandogli dell’untore, fenomeno che è già forte sintomo di difficoltà di controllo e regolazione dell’aggressività.  

Abbiamo superato questa difficile psicofase, che per qualcuno può essere stata preziosa occasione di vicinanza emotiva familiare, ma per altri, fonte di grande stress; ci stiamo affacciando alla fase psicologica successiva.

PSICOFASE 3: GESTIONE DELLA FATICA E STRESS PSICOFISICO

Io credo che siamo, o stiamo entrando in questa terza psicofase caratterizzata da forte senso di fatica e stress psicofisico data dalla lunghezza delle fasi precedenti e che richiede a tutti un grande sforzo, ma che dobbiamo affrontare con consapevolezza per superarla con meno danni psicologici possibili.

Sì, perché l’uomo si adatta all’ambiente, ma se il periodo di difficoltà ha una durata indefinita o, comunque se è troppo lungo porta con sé danni psicologici tangibili che occorre riconoscere e gestire tempestivamente per scongiurare l’esaurimento psicofisico.

Il costo dell’emergenza psicologica è molto alto ed in questa psicopillola vogliamo parlare di ciò che ognuno di noi può fare per contenere lo stress individuale e familiare.

L’emergenza sanitaria ed economica, infatti, ci hanno portato ad una enorme emergenza psicologica che già era presente nella psicofase 2 e che in questa psicofase 3 necessita di interventi a livello individuale e .

L’esperienza delle necessarie misure adottate a contrasto del contagio: il distanziamento sociale, il blocco delle attività produttive e della mobilità, ci hanno portato a vivere un’esperienza molto grave a causa  della deprivazione sociale, dell’isolamento, dell’inattività e per l’insicurezza economica, oltre che per la preoccupazione per la salute minacciata dal virus.

Si tratta infatti di un trauma collettivo. Sì, si chiama proprio così, come se fosse stato un terremoto, ma forse può essere paragonato meglio ad un attentato, per l’insicurezza che comporta l’epidemia con il rischio contagio non ancora risolto.

Ecco perché in questa terza psicofase siamo in preoccupazione/fatica/esaurimento: ormai siamo stanchi.

Si tende a non vederne la fine e ci ritroviamo ad essere sospettosi e a temere l’altro per il contagio possibile, se prima stavamo distanti per decreto, ora siamo distanti per paura, al punto che fatichiamo a reggere il contatto visivo quando al supermercato tendiamo ad evitare pure lo sguardo di chi incrociamo, sempre a distanza, tra gli scaffali.

Le preoccupazioni per le difficoltà economiche sono reali, tangibili ed alle stelle.

I disturbi depressivi, d’ansia e del sonno sono all’ordine del giorno, possono aumentare le dipendenze comportamentali e da sostanze, aumentare l’aggressività, quindi i conflitti che ne conseguono a livello di coppia, familiare, coi vicini, o al lavoro sono all’ordine del giorno.  

Ricordo ciò che ho scritto in apertura: per gestire le nostre emozioni, che guidano i comportamenti, è necessario riconoscerle ed accettarle.

Stare meglio, migliorare il nostro benessere è possibile e possiamo e dobbiamo riconoscere e prenderci carico dei nostri malesseri per farvi fronte con grande responsabilità verso noi stessi, la nostra famiglia, la nostra comunità. Sì, perché siamo parte di sistemi interconnessi e il nostro benessere psicologico personale avrà ripercussioni nei diversi livelli.

AZIONI POSITIVE: COSA FARE PER GESTIRE E SUPERARE LA PSICOFASE  3

Per fare affrontare e gestire questa fase di fatica psicofisica è necessario innanzitutto mettere in azione INTENZIONALMENTE i seguenti atteggiamenti mentali:

  1.  Azionare il nostro cervello corticale per effettuare le operazioni di riconoscimento delle emozioni e individuare le strategie per gestirle in modo da non danneggiare noi stessi e gli altri. Possiamo pensare a questo rinforzando la nostra “parte adulta”
  2. Mantenere allenato (significa azionare consapevolmente e ripetutamente) uno stato di fiducia e positività che ci rendono in grado di essere attivi e proattivi nel gestire le situazioni complesse che stiamo vivendo
  3. Sentire tutto il potere che è nelle nostre mani per agirlo anche attraverso piccole operazioni che sono però fondamentali per il nostro benessere e il benessere dei nostri familiari. Questo punto è fondamentale per trovare soluzioni e per ridurre il nostro senso di impotenza, che, al contrario blocca il pensiero creativo limitando la capacità di generare soluzioni
  4. Attiviamo le nostre risorse: quando siamo in difficoltà mettiamo in atto risorse più o meno nascoste, ma che esistono in ognuno di noi proprio per gestire i momenti di difficoltà (che fanno parte della vita, seppure sembrino assurdi come questo del coronavirus)
  5. Avere la consapevolezza che tutto finirà, sarà, probabilmente per un po’ diverso da prima, ma il coronavirus finirà

Vediamo alcune situazioni tipiche di questa psicofase 3 e delle “buone prassi” corrispondenti con le AZIONI POSITIVE ALLA PORTATA DI TUTTI PER SUPERARE LA PSICOFASE 3

  1. Hai sintomi di stress importanti?

Ti sei accorto che è troppo tempo che non dormi, o che stai esagerando con fumo, alcol, cibo, play station, hai sintomi fisici di origine psicosomatica tipo male alla testa, pancia, attacchi di ansia o altro? Hai messo in atto strategie maladattive e ti ritrovi vicino ad una dipendenza, o a litigare forte in casa?

Sei in quarantena fiduciaria e sei costretto a casa e ti senti un untore?

Cerca di mettere in atto azioni di gestione dello stress.

Io ne suggerisco di due tipologie, in base alle tue caratteristiche vedi in quali riconosci maggiormente i benefici per te stesso e per i tuoi familiari:

  • Attività statiche:

fai attività che riducono l’attivazione attraverso il respiro e la consapevolezza del momento presente:

  • esercità la respirazione, cerca esercizi di mindfulness on line, ce ne sono tantissime
  • fai yoga, anche qui on line su you tube trovi di tutto gratuitamente

fai attività che ti danno piacere che producono eustress (stress positivo) e/o che richiedono attenzione focalizzata (così il cervello si distrae dalle fonti di ansia e si concentra su altro):

  • attività manuali tipo: uncinetto, fare la maglia, ricamare, disegnare, dipingere, bricolage, giardinaggio, cucinare, ecc
  • Attività dinamiche:

Fai attività che richiedono sforzi e movimento per eliminare l’energia in eccesso:

  • Pulizie pesanti (ma ormai sarà già tutto pulito)
  • Esercizi di ginnastica, fai le scale su e giù, corri attorno a casa, fai flessioni, anche qui puoi cercarne on line
  • Canta forte a squarciagola le tue canzoni preferite
  • Piglia un cuscino, mettilo sul letto e dagli pugni facendo attenzione di non sbattere sul comodino e farti male
  • Poi per tutti valgono le attività di relazione:

parlare con qualcuno dal quale ti senti capito:

chiama al telefono, o meglio, videochiama un amico, un conoscente, un esperto, chiunque ti possa accogliere in questo momento difficile.

Se vedi che i tuoi sintomi sono importanti o durano a lungo, informa il tuo medico di medicina generale e il tuo psicologo di fiducia (sì, credo che tutti dovremmo averne uno).

2.Riprenderai il lavoro? => METTERSI IN SICUREZZA

Non vedi l’ora di rientrare al lavoro perché sei stanco di stare a casa, ma sei ambivalente ed allo stesso tempo hai paura del contagio?

Hai ragione ad essere preoccupato, fai bene a non abbassare la guardia, è naturale, dato che il problema contagio non è ancora stato risolto (dato di realtà).

 Ci sono fior fior di scienziati in tutto il mondo, che si stanno dando da fare per trovare le soluzioni (dato di realtà legato alla fiducia che genera sensazioni positive di speranza e di potere).

Esercitiamo il nostro potere mettendo in atto le azioni che già conosciamo, già sappiamo  cosa possiamo e DOBBIAMO fare per proteggerci:

  • Mantieni il distanziamento di almeno un metro dai colleghi (non abbracciarli o stringere le mani)
  • Igiene delle mani (acqua e sapone, o soluzioni idroalcoliche da avere sempre con se)
  • Igiene respiratoria (tossisci e starnutisci nel fazzoletto o nella piega del gomito), mascherina
  • Pulisci e disinfetta gli strumenti e i piani di lavoro
  • Arieggia i locali più volte al giorno
  • Stai a distanza dai clienti e richiedi protezioni di plexigass (quelle che vediamo alle casse dei supermercati, o nelle farmacie)
  • Se, poi, hai la febbre, non andare al lavoro

3)Sei in serie difficoltà? CHIEDI AIUTO!

Essere in serie difficoltà è una condizione che può capitare a tutti e che fa parte delle situazioni della vita.

E’ per questo che non ce ne dobbiamo vergognare!

E’ molto sbagliato pensare di farcela sempre da soli, è il mito dell’autonomia e della forza.

Tutti siamo dipendenti e interdipendenti gli uni con gli altri.

Tutti facciamo parte di un tutto: di un sistema familiare, di una comunità, di una nazione.

Tutti siamo forti e deboli allo stesso momento.

Ma quando siamo in forte difficoltà dobbiamo azionare il nostro cervello corticale e chiedere aiuto!

Questo significa prenderci carico di noi stessi, essere forti ed azionare il tasto di emergenza della navicella e non farla schiantare perché ci sembra di essere deboli o ci vergognamo.

Possiamo avere vari livelli di difficoltà in diversi ambiti.

Allora in questi casi è sano chiedere aiuto ad amici, vicini di casa, familiari, esperti o a chi ha il compito istituzionale di intervenire.

  • Stai vivendo una esperienza di maltrattamento e di violenza intrafamiliare o stalking?

 Non tollerare oltre, per te e per i tuoi figli, se ne hai: chiama i Servizi Sociali, i Carabinieri o fai il numero 1522 dove trovi chi ti ascolta, al 1522 trovi anche una app creata apposta.

Se ti senti in pericolo ci sono i centri antiviolenza e le case/rifugio per le donne (lascia perdere i casi drammatici che sentiamo in tv, fortunatamente ce ne sono a migliaia che finiscono bene, ma occorre CHIEDERE AIUTO!)

  • Sei in difficoltà nella gestione dei figli, nei rapporti di coppia o familiari, insomma hai difficoltà psicologiche (cognitive, affettive, relazionali, comportamentali)?

Inizia col chiedere aiuto ad amici e parenti, poi passa ad un colloquio con un esperto psicologo che sia iscritto all’Ordine degli psicologi in modo da rivolgerti a professionisti veri del benessere psicologico. E’ un falso mito che se vai dallo psicologo o sei matto o ci vorranno anni perché ti lega mani e piedi a lui. Lo psicologo (iscritto all’Ordine) fa anche counseling che significa che fa consulenze mirate a risolvere un problema e solitamente sono brevi. Gli psicologi ti trovi al servizio pubblico e, se puoi, nel privato, ora tutti lavoriamo on line ed è meno peggio di ciò che immagini. Personalmente mi sto trovando bene a lavorare con Skype.

  • Sei in difficoltà economiche? Rivolgiti in un crescendo alla tua rete sociale, familiare, alle istituzioni, al Comune, alle parrocchie, alla Croce Rossa. Qualcuno che potrà supportarti in questa difficile fase lo troverai, non rivolgerti a chi si approfitta di te come strozzini, oppure organizzazioni malavitose.  

4.Hai avuto un lutto legato al Covid-19?

Eh, sì, dobbiamo fare i conti anche con questa drammatica realtà di chi sta vivendo questo in prima persona o per il lavoro che svolge.

Carissimo, stai attraversando un momento davvero tragico e ti faccio le mie più sentite condoglianze.

Nessuno dovrebbe passare ciò che hai passato e che stai passando tu. Tu stai malissimo, perché questo maledetto virus ti ha portato via un familiare, un amico, un collega nel modo più atroce.

Attenzione, l’atrocità non è data dalla morte in sé, che, per definizione è sempre tragica e ingiusta e non si è mai pronti ad affrontarla, atroce non solo perché è l’unico per sempre che conosciamo e manda i sopravvissuti nel dolore più cupo, ma allo stesso tempo, nel dolore più naturale, proprio perché la morte è un fenomeno legato alla vita.

L’atrocità della morte ai tempi del coronavirus sta nelle modalità con cui avviene e per come deve essere gestita proprio per contrastare il virus.

Si tratta di una morte vissuta in solitudine, solitudine per chi ci lascia, per chi non può avere il conforto dei cari, ma solo degli operatori che si trovano a loro volta a vivere tragicamente il momento in cui il loro ruolo assume un valore di ultimo familiare surrogato (con terribili conseguenze psicologiche per gli operatori sanitari).

E’ anche una morte vissuta in solitudine anche per chi rimane: figli, fratelli, coniugi, genitori, parenti, amici, colleghi, i quali non possono, o non hanno potuto aver il conforto della vicinanza fisica nella morte e dei rituali del lutto.

I lutti senza corpo sono i più tragici, sono quelli a cui non si può dare una ragione. Sono quelli a cui si può anche sfuggire: “magari non era lui, hanno scambiato qualcosa”, dando spazio, anche qui alla negazione, come nei casi di scomparsa che sentiamo nella cronaca nera.

I lutti senza corpo sono lutti ancora più complessi dei lutti gravi che possiamo vivere, come i suicidi, le morti improvvise, le morti di giovani e giovanissimi.

I lutti senza corpo non consentono un saluto. Abbiamo visto tutti le immagini di quelle carovane di convogli militari che trasportavano salme.

Mi rivolgo a te che hai subito tutto ciò.

E’ necessario che tu compia 5 azioni per procedere con la difficile elaborazione del lutto e uscire dall’impotenza con operazioni cognitive e pratiche che ti aiuteranno psicologicamente a stare un po’ meglio nel dolore del lutto:

  • 1.Purtroppo devi accettare la realtà che il tuo caro non c’è più, anche se non lo hai visto direttamente
  • 2.Sappi che non è colpa tua
  • 3.Sappi che appena possibile potrai raggiungere la salma e fare il funerale che il tuo caro merita e che potrai condividere il momento con tutti coloro che vorrai
  • 4.Intanto, se ancora non lo hai fatto, crea tuoi rituali di saluto, non sei matto se crei un altarino in casa, se accendi una candela, se gli scrivi una lettera
  • 5.Coinvolgi anche i bambini nel casalingo saluto rituale al caro estinto e approfitta per ricordare loro chi e cosa era per te e per voi quando era in vita.

Tutto questo lo devi fare che tu sia religioso, o che tu non lo sia, perché si tratta di pratiche che sono a sostegno dell’equilibrio dei vivi, che spesso vivono in famiglia ed hanno la responsabilità di sostenere emotivamente i più fragili e i propri figli per non fare perdere loro la speranza nel futuro e per non buttarli nell’angoscia.

5. Le cose tutto sommato ti vanno benino, oppure non vanno bene, ma hai un po’ di energia? Allora sii utile agli altri!

Praticare la gentilezza, la solidarietà, è risaputo, è un’altra condizione che dà valore a noi stessi e genera benessere all’altro ed a sé. Questo perché si viene a creare un circuito virtuoso di positività che si autorinforza, e come abbiamo detto la positività è necessaria per portare cambiamenti.

Ognuno nel proprio piccolo può esercitare queste micro (o macro) azioni di solidarietà che hanno un effetto benefico importante per noi stessi ma anche per la nostra comunità. Cosa intendo con essere utili agli altri?

  • Esercitare la vicinanza emotiva: siamo così distanti, ma possiamo fare un sorriso, dare uno sguardo, anche solo a chi incrociamo a fare la spesa, fare una parola con i nostri vicini, chiamare al telefono o videochiamare i nostri anziani per stare loro vicini
  • Agire piccole attenzioni da distribuire a caso, o mirate, in base alle nostre caratteristiche, alla nostra professione, alle nostre possibilità e capacità
  • Aderire all’associazionismo volontario è un’altra attività che dà tanto a chi la fa e a chi la riceve, ovunque ci sono associazioni di volontariato, dalle più importanti e organizzate a livello nazionale e locale, come la Protezione Civile, o la Croce Rossa, alle piccole realtà locali, dalle parrocchie ad altre realtà così forti ed importanti nel nostro Paese

I problemi emotivi che stiamo vivendo in questa psicofase sono tanti e costringono tutti a un grande sforzo di responsabilità, ognuno per il ruolo che riveste, di responsabilità per se stessi, per le proprie famiglie, per la comunità, appunto in base al ruolo che rivestiamo.

In noi abbiamo le risorse, la forza e fiducia per affrontare e superare questa fase e, sicuramente, in qualche modo ce la faremo ed entreremo nella prossima psicofase, quella del “ma come ho fatto a superare tutto” tipica di quando guardiamo indietro e riconosciamo le difficoltà che abbiamo superato!

Psicopillola di Cristina Sciacca Psicologa 

Per counseling on line contatto skype: Cristina Sciacca

 L’iceberg dei conflitti: che ci sta “sotto” i conflitti di coppia? Dal ciclo di vita della famiglia alla teoria dell’attaccamento per comprendere i bisogni nascosti 2° PARTE di Cristina Sciacca psicologa

Litigare è il sale dell’amore? Quando il conflitto è sano nella coppia e quando no di Cristina Sciacca Psicologa

Articolo diviso in tre parti: 2° Parte

2° PARTE L’iceberg dei conflitti: che ci sta sotto i conflitti di coppia? Dal ciclo di vita della famiglia alla teoria dell’attaccamento per comprendere i bisogni nascosti

“La coppia deve essere

 protetta e nutrita amorevolmente

per tutta la vita

da entrambi i partner”

La metafora dell’ICEBERG

Dopo aver evidenziato nella prima parte di questa relazione  i problemi legati ai compiti evolutivi del ciclo di vita della famiglia https://cristinasciaccapsicologa.it/4248-2/  , vediamo di entrare nelle problematiche e cerchiamo di comprendere le dinamiche che stanno sotto, dietro, di lato, a contenuti dei conflitti e di cui, la maggior parte delle volte, non si è consapevoli.

Sì, perché i conflitti sono come un iceberg: sopra la punta è visibile, ma sotto?

Tutti abbiamo ben presente il disastro del Titanic: sopra l’iceberg l’avevano anche schivato, è stato sotto che ha squarciato la nave che, ahinoi, è affondata a picco in poco tempo, nonostante fosse una nave nuova di zecca!

Allora vediamo da cosa è composto l’iceberg dei conflitti:

-nella parte emersa, quella visibile, la punta, abbiamo i contenuti dei conflitti (che abbiamo esposto nella prima parte https://cristinasciaccapsicologa.it/4248-2/ )

-ma nella parte sommersa che va in profondità, quella nascosta, ben più grande di quella in superficie abbiamo i bisogni che spingono da sotto il nostro comportamento, i nostri pensieri e le nostre reazioni emotive che hanno una profonda connessione con la nostra storia personale.

Vediamo un po’ cosa c’è nella parte sommersa dell’iceberg dei conflitti, perché se non abbiamo consapevolezza di cosa ci spinge verso il conflitto a livello individuale e di coppia, posso anche risolvere i contenuti, ma se non agisco sui bisogni più profondi, questi si ripresenteranno alla prima occasione.

La prima regola per risolvere i conflitti sarà aver consapevolezza di ciò che emerge (https://cristinasciaccapsicologa.it/4248-2/ ), ma soprattutto, di ciò che ci sta “sotto”, proprio come un iceberg che nasconde i nostri modelli operativi interni che ci guidano poco consapevolmente nel mondo delicato delle relazioni.

Quando  si arriva in tempo a decodificare  i bisogni sottostanti i conflitti che affliggono le coppie,le relazioni si ricuciono e si risolvono disagi relazionali anche molto compromessi, ovviamente se nella coppia c’è motivazione a farlo! Infatti a volte nella stanza di terapia si trovano coppie molto sofferenti che chiedono al terapeuta di “ aggiustarli” senza fare la minima fatica. Così non è, purtroppo,  perché andare a caccia dei nostri bisogni profondi prevede un percorso di riflessione altrettanto profonda su di sé e la motivazione non può essere ricercata dall’esterno.

Vediamo un po’ insieme le basi di concetti cruciali quali: teoria dell’attaccamento, connessione emotiva, sintonizzazione emotiva e riparazione.

Alcuni cenni sulla teoria dell’attaccamento, così importante per comprendere cosa siamo per l’altro e cosa cerchiamo a nostra volta nell’altro

Cosa si cerca nel proprio partner?

Gli studi più attuali confermano che il proprio partner in una relazione stabile, diventa una  “figura di attaccamento” , sì, proprio come per un bambino la figura di attaccamento è chi si occupa di lui (il care giver) e da cui si dipende per la sopravvivenza.

Per “attaccamento”, in termini psicologici, si intende un rifugio sicuro in cui potersi , appunto, sentirsi sicuri.

Le teorie dell’attaccamento (Bowlby) sono davvero molto interessanti e ci fanno capire come la modalità in cui da adulti ci rapportiamo a un partner sia collegata alla relazione di attaccamento primaria perché è in quella relazione che abbiamo imparato dei modelli operativi che tendiamo a riprodurre nel tempo. I nuovi approcci di psicoterapia individuale e di coppia fanno riferimento a questi studi collegandoli anche alle neuroscienze e agli approcci evoluzionistici e sistemici.

L’attaccamento, infatti è una forza motivazionale primaria, quindi mettiamo qui in evidenza alcuni punti fondamentali che sono validi anche nell’attaccamento adulto :

-il bisogno di cercare e mantenere il contatto con altri significativi è innato per tutta la vita, ecco perché il proprio partner assume un significato così profondo per noi stessi 

– una relazione sicura di dipendenza sostiene l’autonomia  

-non esiste indipendenza o dipendenza, ma una dipendenza efficace o inefficace

– una relazione di dipendenza sicura alimenta l’autonomia e l’auto-consapevolezza

 -più sicuro è il legame, più separati e differenziati si può essere, che vuol dire che più mi sento sicuro dell’altro più tolleriamo la distanza e più possiamo avere spazi personali

– stare bene, essere in salute è mantenere un senso di interdipendenza dall’altro e non di autosufficienza separata dagli altri

E ancora

-un legame di attaccamento offre sicurezza, mentre l’inaccessibilità crea disagio

-la prossimità è il rimedio naturale alla ansietà, alla vulnerabilità e alla incertezza

-l’attaccamento è un porto sicuro (secure base)  è la base dalla quale gli individui possono esplorare il mondo e rispondere positivamente all’ambiente

-la base sicura incoraggia l’esplorazione e l’apertura cognitiva verso nuove informazioni

-solo con una base sicura si è più in grado di creare relazioni cooperative.

Cosa cerchiamo nel partner : una persona che ci sia e mi capisca (responsività del partner, quindi della figura di attaccamento)

Disponibilità (accessibility) e Sintonizzazione (responsiveness) costruiscono legami (bond)

Una persona può essere fisicamente presente ma emotivamente assente

Il coinvolgimento e la fiducia che ci sarà un coinvolgimento emotivo quando sarà necessario è cruciale nel costruire vincoli

Qualsiasi risposta, anche la rabbia, è meglio di nessuna

 Se non vi è coinvolgimento e non vi è risposta emotiva il messaggio trasmetto implica che “i tuoi segnali non mi interessano e non c’è alcun legame tra di noi”

La paura e l’incertezza attivano i bisogni di attaccamento

 Di fronte alle minacce (non risponde al mio messaggio, dove va? Quel mostro di mia suocera, pensa solo ai figli, ecc.) il bisogno di sicurezza e relazione con la figura di attaccamento è primario, e i comportamenti di attaccamento vengono attivati, come protezione contro la insignificanza (non sono importante per l’altro) e la incompetenza (non servo a niente, non so come fare) .

 Il disagio da separazione è prevedibile

 Se i comportamenti di attaccamento non attivano una risposta di contatto e sicurezza, si attiveranno processi di protesta, ricerca di contatto, disperazione e depressione, fino alla rottura del legame

La depressione è una risposta alla perdita della relazione

 La rabbia è un tentativo di ristabilire il contatto con una figura di attaccamento non disponibile

Allora ecco che tutto diventa più chiaro.

La sofferenza che proviamo quando litighiamo con il partner , la rabbia, la depressione vanno al di là dei contenuti ma nascondono bisogni molto più profondi: ecco qui il nostro iceberg dei conflitti, dove sopra ci sono i contenuti, ma sotto ci sono bisogni di connessione e di sicurezza che spingono.

Tanto per intenderci, ecco quali sono alcuni tra i desideri e i bisogni presenti nell’inventario di Lo Iacono e che riguardano fattori di protezione, di condivisione, di sicurezza, appunto.

1.Sentirsi protetti

2. Avere rapporti sessuali

3. Avere un contatto corporeo

4. Sentirsi sicuri

5. Sentirsi apprezzati

 6. Sentirsi accettati

7. Sentirsi stimati

8. Ricevere attenzioni

9. Ricevere parole affettuose

10. Avere un aiuto di tipo pratico

11. Avere un aiuto di tipo economico

12. Avere compagnia

13. Avere una persona di cui ci si può̀ fidare

14. Avere una persona con cui confidarsi

15. Avere una persona con cui sfogarsi

Nella coppia cerchiamo soddisfazione di bisogni fondamentali: di essere connessi emotivamente e sentiti emotivamente

Di seguito i concetti chiave che se presenti fungono da fattori protettivi per la relazione, al contrario, quando assenti, diventano fattori di rischio

I CONNESSIONE EMOTIVA = sento ‘accesso all’altro che è raggiungibile. C’è!

Disponibilità (Posso raggiungerti?)

significa rimanere aperti al partner anche di fronte a dubbi o percezione di insicurezza

Implica la volontà di cercare rendere un senso alle emozioni in modo che queste non ci travolgano

Permette di impedire la rottura del legame e rimanere in contatto con i segnali del partner .

Quando perdo la connessione con l’altro manca fiducia e la sicurezza del legame e si attiva il sistema di protezione dalla minaccia attraverso i meccanismi di Fight (lotta), Flight (fuga), Freeze (congelamento) . Credo che di questi ne parlerò in futuro in un approfondimento ad hoc.

II SINTONIZZAZIONE =riusciamo a sentirci emotivamente anche se non siamo d’accordo

Sento ciò che senti e agisco in maniera amorevole. Non ti distruggerò nel conflitto sono RESPONSIVO

Sintonizzazione (Posso fidarmi che tu sarai in grado di rispondermi in modo emotivo?)

Significa rimanere in contatto con il partner e mostrare che le sue emozioni hanno un impatto su noi

Significa accettare e porre come priorità i segnali emotivi che il partner condivide e inviare segnali chiari di accettazione e cura quando il partner ne ha bisogno

 Permette di entrare in contatto emotivo e calmarci anche fisicamente. Quando siamo sintonizzati, come nella musica, siamo in armonia, se non c’è armonia, allora nella dissonanza c’è incomprensione, sofferenza, centratura solo di sé e distanza.

III RIPARAZIONE = è l’impegno verso la relazione

E’ la capacità di accettare che l’altro possa avere sbagliato e di accettare le azioni di recupero della relazione messe in atto dal partner e delle sue manovre di avvicinamento. Permette il perdono e il processo di ricostruzione di fiducia.

Le modalità di riparazione sono quelle che, per esempio, mettono fine ai silenzi, che, quando lunghi, stressano tantissimo la relazione e sono cattivi

La fiducia è una condizione fondamentale nelle relazioni in quanto è predittiva di comportamento

Nella prossima parte , la terza di questa relazione, ci si occuperà degli schemi automatici che, spesso, spessissimo, mettiamo in atto inconsapevolmente mentre ci ritroviamo a litigare con il partner.

Se non si interrompe lo schema che diventa la modalità principale dell’espressione dei bisogni sommersi il rapporto di coppia aumenta fortemente il rischio di scoppiare