Passeggiando per Bologna mi sono imbattuta in una vetrina dove era esposto il cartello che ho fotografato proprio pensando di scrivere qualcosa sull’importanza di amare se stessi “Love yourself first”.  Allora ho pensato di parlare di quanto sia importante diffondere la cultura del rispetto tra le persone e di quanto sia attuale il tema della violenza, quella peggiore, quella esercitata da chi ci dovrebbe voler bene e proteggere, situazione in cui manca sia il rispetto per l’altro che il rispetto per se stessi che è quello che ci fa dire “basta”. E’ nato così questo articolo.

Questo è un articolo serio e piuttosto forte. Il tema è forte. Forte ed attuale. Antico ed attuale allo stesso tempo. Purtroppo la storia del forte che sfoga le sue ire, frustrazioni, o chissà cosa sul debole è vecchia quanto l’uomo e la donna è sempre stata più debole, fisicamente e socialmente, dell’Uomo. Uomo con la lettera maiuscola e donna con la lettera iniziale minuscola. E’ ancora così in tantissime aree della nostra vita occidentale perché la cultura del dominio e della supremazia dell’Uomo sulla donna ha origini che affondano nelle tradizioni patriarcali e chi sa dove hanno origine in verità e sono ancora radicate e tutti dobbiamo lavorare per estirpare queste credenze e modificare la cultura. Tanto sta che oggi definiamo questa tipologia di relazione ASIMMETRIA DI POTERE all’interno della coppia unita affettivamente.

“Tu fai QUELLO CHE DICO IO, mi dice. A me, all’inizio mi gelava il sangue. Poi, mi sono abituata”

“Io non posso uscire con i miei amici!! Ma che dici? Mio padre mi ammazza se esco con un mio compagno di scuola. Sai, lui (il padre) è molto geloso  e vuole che sia l’unico per me”

“STAI ZITTA TU CHE NON CAPISCI NIENTE!”

“Qui comando io! Tu non decidi un cazzo e fai quello che dico IO!”

“Amore, perdonami, non so cosa mi sia preso. Lo sai che ti amo infinitamente, non volevo farti male. MAI ti farei del male intenzionalmente, lo sai. Solo che non ci ho visto più… tu fai sempre così mi fai perdere la pazienza. Non succederà più”

“Finchè picchiava me, lo potevo sopportare: era il suo modo di manifestarmi il suo amore, io lo facevo arrabbiare con un nonnulla. Però poi ha iniziato a prendersela con il nostro cane. Questo per me è stato intollerabile. Bobi non poteva avere colpe”

“Lui mi fa paura. A volte penso che mi farà fuori a forza di botte”

“Tu ti vesti come dico io!”

“E’ stata colpa mia se ha perso le staffe… lui mi vuole bene davvero”

Mi piace partire sempre dal significato etimologico delle parole. Allora, cercando “Violenza” troviamo:

vis= forza, ciò che vince, distrugge, con la terminazione –ulentus= che indica eccesso (come in opulento o virulento).  Ecco qui che abbiamo “l’eccesso nell’uso di forza”.

Ecco un primo punto da chiarire bene e subito:  non si parla di relazioni litigiose, ma di relazioni violente, cioè relazioni in cui esiste un uso eccessivo della forza.

Se siamo in un bar e uno sconosciuto ci spintona, ci tira i capelli o, peggio, ci assesta uno sganassone in faccia, è evidente che abbia subìto da parte sua un “eccesso nell’uso di forza” e corriamo subito a sporgere denuncia in quanto non abbiamo dubbio alcuno in proposito a quanto ci è accaduto.

Il problema è quando questo “eccesso nell’uso di forza”, quando la violenza, appunto, si manifesta in un altro contesto. Quando il contesto, invece che pubblico, diventa privato e quando l’aggressore invece di essere uno sconosciuto è uno ben conosciuto, in quanto è attualmente, o è stato in passato legato a noi da un rapporto affettivo, il caso si complica. Si complica perché parliamo di violenza nei confronti delle donne (di genere) e di violenza domestica (al termine dell’articolo ho messo la definizione che ne da la Convenzione di Istambul).

Allora sappiamo che esistono diverse forme di violenza, diverse forme di asimmetrie di potere e sappiamo che più sbilanciata è la relazione affettiva, in termini di asimmetria di potere, più siamo a rischio di aumento dell’aggressività nelle situazioni conflittuali e dell’esplodere della violenza, appunto.

Parliamo di asimmetrie di potere e di violenza psicologica, emotiva, fisica, sessuale, economica, la coercizione (ti obbligo a fare ciò che dico io).

Molto interessante è conoscere la Spirale della violenza: si tratta di un ciclo che si articola in quattro fasi: la crescita della tensione, l’esplosione della violenza (o escalation), la fase di latenza e lo scarico della responsabilità il rischio è che il ciclo si ripeta e si ripeta e si ripeta ancora ed ancora. Si tratta proprio di un crescendo che, ahimè può diventare inesorabile.

Come accade nelle dinamiche spesso sono prevedibili ed è riconoscibile, anche in questo caso, ognuna delle fasi che caratterizzano questo fenomeno che nel 1983 Walker ha denominato “spirale della violenza”. Vediamo che dice.

1.Fase di crescita della tensione

Questa fase è caratterizzata dalla volontà di sminuire, mortificare, insultare la vittima, che cerca di evitare le violenze, concentrando tutta la sua attenzione sulla persona violenta, reprimendo i propri bisogni e soffocando le proprie paure. In tal modo cerca di evitare situazioni conflittuali e abusi. Ma prima o poi si verifica comunque un’escalation della violenza perché, dopotutto, la vittima non riesce a controllare l’agire violento della controparte.

2.Esplosione della violenza

Nella fase dell’esplosione della violenza le vittime reagiscono in modo diverso: fuggono o si ritraggono, contrattaccano o sopportano gli abusi. Questi momenti sono spesso associati alla paura della vittima di morire. La violenza subita, la perdita di qualsiasi controllo, nonché l’impressione di essere assolutamente inermi – oltre alle lesioni fisiche – producono gravi conseguenze psichiche. Molte vittime finiscono in uno stato di choc che può protrarsi per vari giorni. Se in un simile momento di choc viene allertata la polizia, la vittima può anche apparire aggressiva, apatica o contraddittoria nelle sue testimonianze. Le vittime di violenze domestiche pesanti sviluppano spesso disturbi legati alla cosiddetta sindrome posttraumatica, i quali si manifestano sul piano fisico, psichico e psicosomatico. Tipici sono i disturbi del sonno, i dolori cronici, l’ansia, la perdita della fiducia in sé e negli altri.

3.Fase di pentimento e attenzioni amorevoli – fase di latenza o di “luna di miele“

Passata la fase acuta del maltrattamento la persona violenta mostra spesso segni di pentimento. Vorrebbe poter tornare indietro e promette di cambiare il proprio comportamento. Si vergogna e si sente impotente. Vi sono individui che a questo punto cercano aiuto, , ad esempio, esistono centri per persone violente. Altri fanno appello all’amore e al senso di responsabilità della vittima e promettono di cambiare.

Nella speranza che il/la partner cambi davvero, in questa fase molte vittime ritirano la richiesta di separazione o revocano la testimonianza resa, per esempio, nell’ambito di un procedimento penale. Alcune interrompono le consulenze avviate e diverse donne lasciano un domicilio protetto per ritornare al proprio domicilio.

In questa fase, le donne spesso tendono a rimuovere il ricordo dei maltrattamenti, a difendere l’autore delle violenze di fronte a terze persone e a sminuire le violenze subite.

Molte persone che esercitano violenza riescono a illustrare le loro promesse in modo assolutamente credibile persino a terzi. A volte anche i familiari e gli amici fanno pressione sulla vittima affinché perdoni il partner e gli conceda un’altra chance (“per i figli” spesso si dice, non pensando al modello culturale che si sta trasmettendo ed inculcando proprio ai figli che sono sottoposti anche ad un’altra tipologia di violenza la violenza assistita di cui parleremo in altro articolo).

4.Scarico della responsabilità

Questa è una fase davvero molto interessante. Al pentimento fa spesso seguito la ricerca della causa dell’esplosione di violenza. Molti autori di violenza hanno l’impressione che l’azione violenta sia dovuta a una forza maggiore che li ha «travolti» senza che potessero controllarla. Perciò cercano le cause non dentro di sé, bensì nelle circostanze esterne (p. es. consumo di alcol, difficoltà sul lavoro) oppure presso il/la partner. La responsabilità viene scaricata e la colpa attribuita ad altri.  Accade quindi un fenomeno che ha dell’assurdo, ma che invece ha radici molto profonde: Molte persone maltrattate si assumono questa colpa e perdonano il compagno pentito.

Per evitare l’impressione di essere completamente inermi si accollano spesso addirittura la responsabilità del suo agire violento: «L’ho provocato io». Attraverso il proprio comportamento si illudono di poter evitare la prossima escalation di violenza. Di conseguenza la persona maltrattante non si sente più responsabile delle proprie azioni.

Se nessuna delle parti coinvolte cerca aiuto, si reinnesca lentamente la fase di crescita della tensione. Un fatto qualsiasi conduce allora a un’ulteriore escalation e la spirale della violenza torna a girare e con il passare del tempo, i maltrattamenti tendono a diventare più frequenti e più gravi.

Il ciclo si ripete e può solitamente essere interrotto solo con un intervento e un accompagnamento esterni.

 Fattori che complicano l’uscita dalla spirale della violenza

Ma come mai non lo lascia? Le vittime vogliono che la violenza cessi, ma non tutte vogliono chiudere la relazione. Le persone esterne si attendono però spesso che le vittime lascino i loro partner violenti. Se ritornano ripetutamente da loro e/o sminuiscono la violenza subita, agli occhi dei professionisti, ma soprattutto anche nell’ambiente privato delle vittime, ciò suscita spesso un senso d’impotenza e d’incomprensione. Si tende così a dubitare che la persona maltrattata voglia veramente cambiare la sua situazione. Molte vittime perdono allora il sostegno del loro ambiente e sono ritenute responsabili della loro situazione: ancora una volta la colpa passa dalla persona violenta alla vittima.

Anche nei rapporti violenti ci sono «momenti belli». Essi complicano ulteriormente l’uscita dalla spirale della violenza perché fanno sperare continuamente nella possibilità di costruire un rapporto armonioso.

Un ruolo importante lo svolgono anche i figli. Possono rappresentare una ragione per lasciare il partner violento, perché si vuole evitare di esporli più a lungo alla situazione di maltrattamento e alcune vittime si vergognano di doversi mostrare ai figli in situazioni denigranti, nelle quali risultano impotenti. I figli sono però altrettanto spesso una ragione per perseverare accanto alla persona violenta. Alcune vittime vogliono che i propri figli crescano nel sistema familiare esistente. Oppure temono di non riuscire a provvedere a loro da sole.

Tra le donne vittime di violenza, l’asimmetria di potere economico sia a livello professionale che familiare è una realtà molto diffusa. Salari più bassi nelle professioni tipicamente femminili, difficoltà al momento del reinserimento professionale, la carenza di strutture di accoglienza per i figli sono ostacoli all’autonomia.

Una separazione , e purtroppo questo la cronaca ce lo insegna tutti i giorni, non comporta peraltro la fine automatica delle violenze, ma spesso ne determina un inasprimento che può portare addirittura all’omicidio. Le separazioni e i divorzi costituiscono fasi ad alto rischio per la violenza domestica.

Lavoriamo tutti per diffondere una cultura del rispetto . Chiamiamo le cose con il loro nome. Amore significa fare del bene, violenza significa eccesso nell’uso di forza come una dimostrazione di POTERE del forte sul debole.

Il punto di riferimento più autorevole in proposito è la Convenzione di Istambul.

Nel 2011 il Consiglio di Europa ha messo a punto e firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul, 11 maggio 2011), in cui viene definita sia la violenza nei confronti delle donne che la violenza domestica.

Ritengo utile diffondere quanto segue, proprio per aumentare la consapevolezza di tutti, perché conoscere, si sa, ci aiuta a comprendere meglio le situazioni e ci fornisce strumenti per affrontarle e gestirle.

Ai fini della presente Convenzione:

a        con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata;

b        l’espressione “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima;

c        con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini;

d       l’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato;

e        per “vittima” si intende qualsiasi persona fisica che subisce gli atti o i comportamenti di cui ai precedenti commi a e b;

f         con il termine “donne” sono da intendersi anche le ragazze di meno di 18 anni.

 

Per materiali di approfondimento lascio il link dove trovare altri link e pdf  utili. Si stanno facendo passi avanti. Lavoriamo tutti per diffondere una cultura del rispetto .

http://www.comune.bologna.it/news/un-anno-di-attivit-dell-ufficio-pari-opportunit-e-tutela-delle-differenze

Di: Cristina Sciacca Psicologa

www.cristinasciaccapsicologa.it