Terapeuta e Ballerino

Pensando al terapeuta nella stanza di terapia ho visto un ballerino: perché è così che mi vedo mentre lavoro, sia con pazienti in individuale, sia con coppie o famiglie.
Il vero ballerino ama la musica, un insieme di note che, in base alle loro combinazioni, in base al ritmo, alla durata e alla forza, alle voci, agli strumenti utilizzati, vanno a determinare arie, brani, opere, canzonette, nenie, canti, cori, pezzi stonati o emozionanti, belli, vivaci, noiosi o brutti. La musica, per me rappresenta le storie delle persone. Delle famiglie nel nostro caso.

Il ballerino cerca di affinare il proprio orecchio per riuscire a sentire il tipo di musica che la famiglia o il singolo propongono; il ballerino-terapeuta decide e prova ad accordarsi ad essa.
Il ballerino deve anche fare grande attenzione al tempo, importantissimo per poter ballare, perché il tempo da seguire è quello della musica, non il tempo che suona dentro di lui, anche se pure a questo deve dedicare attenzione: potrebbe essergli d’aiuto o potrebbe, invece farlo sbagliare di passo, potrebbe pestare un piede, o peggio, fare cadere il ballerino con cui in quell’istante aveva scelto di ballare.

Il ballerino deve condurre la danza, non farsi trascinare dalla famiglia. Per questo è un ballerino, non una ballerina. E’ lui che deve “portare”.
Se si fa portare ne deve essere ben conscio e deve avere comunque il controllo della danza.

In questo lo aiutano le ipotesi che continuamente formula rispetto al funzionamento della famiglia, rispetto ai bisogni espressi o non espressi dai singoli, rispetto alle musiche e alle danze che ognuno balla, quelle spontanee o quelle indotte.
La musica è composta, o suonata, da ogni componente della famiglia e per questo il ballerino non deve mai affezionarsi troppo ad un solo componente della famiglia. Deve invece stabilire un giusto modo per invitare al ballo ognuno dei componenti, perché tutti sono importanti e tutti devono essere coinvolti nel ballo.

Se non riesce a ballare con tutti, non potrà sentire la vera musica armonizzata, la sovrapposizione dei suoni della famiglia, potrebbe non sentire la “dissonanza” che ha portato la famiglia a ballare da lui.

Il suo compito è ascoltare la musica della famiglia, comprenderla, intervenire e modificare le dissonanze, e far trovare ad ogni componente la maniera per poter ballare. Trovando i giusti passi, è possibile ballare qualsiasi genere di musica.

Per rimanere nella metafora della danza: quando le famiglie vanno in terapia, l’elemento comune a tutte è che vogliono ballare solo un certo tipo di danza, poi si accorgono  che qualche cosa non funziona.

Qualcuno in particolare non va: il paziente designato, cioè colui che è costretto a portare avanti una sua musica per il “bene” di tutta la famiglia, per salvare se stesso e la stessa famiglia che lo induce, inconsapevolmente, a suonarla.
Nel momento in cui una famiglia è nella stanza di terapia, tutti i componenti vogliono ballare,  anche chi sembra rimanere fermo, in disparte, chiuso in se stesso: il suo ballo è quello, al momento la sua musica è quella.

Penso che il terapeuta/ballerino debba essere pronto a sentire la musica di ognuno, provare a combinare le note in modi differenti,  e creare così nuovi modi di ascoltarla.
Addirittura il terapeuta-ballerino deve  essere in grado di ballare anche con gli assenti, personificandoli, o facendoli impersonificare dai presenti.

Quindi il ballerino deve essere in grado di rapportarsi con tutti i componenti, deve fungere da nesso relazionale che aiuta il gruppo a creare un nuovo pezzo musicale. Una nuova storia. Una nuova trama.
Deve muoversi nello spazio.

Lo spazio è quello simbolico del tempo, deve saper danzare i balli di ieri e di oggi e immaginare quelli di domani (muoversi nei piani verticali ed orizzontali).
Lo spazio è anche quello fisico. Il ballerino deve essere agile e ricco di fantasia per stupire e per non sbattere contro poltrone, mobili o sedie presenti in seduta, anche quelle vuote disposte per rappresentare gli assenti. Non è facile, certo, unirsi e separarsi da ogni partner.

Ma si sa, se non ci si sente di appartenere, e così lo stesso ballerino deve “darsi” al partner, non ci si può separare.
Muoversi nello spazio significa anche stabilire e definire dei confini, confini tra i ruoli diversi che interagiscono e che spesso si confondono creando musiche caotiche che disturbano e su cui è difficile intervenire.

Un bel modo per insegnare nuovi balli è giocare.
Utilizzare il gioco, la fantasia, la creatività e l’umorismo aiuta anche a passare concetti che spiegati verbalmente è proprio difficile comprendere. Il ballerino deve e può osare.
Il ballerino non è stato ingaggiato per fare spettacolo, però. A questo deve prestare molta e grande attenzione, perché, se fa il ballerino, forse un po’ esibizionista lo sarà, ma non è lì per far vedere come balla bene lui.
Lui è lì per insegnare agli altri a ballare balli nuovi su una loro musica riarrangiata, ricombinata e quindi modificata in modo nuovo, cambiata con l’ausilio di tutti i componenti ed in base ai loro tempi.
L’obiettivo del ballerino è rendere autonoma la famiglia in modo che possa affrontare i nuovi balli che la vita sempre propone in modo inaspettato o in modo prevedibile, in base agli eventi che si susseguono di giorno in giorno.
E’ molto bello quando il ballerino fa il provocatore.

Quando il ballerino provoca, non lo fa per fare un dispetto, ma pare che balli con uno, in realtà sta ballando almeno anche con un altro, a parole, con lo sguardo, con l’analogico. Lo fa per insegnare piccole mosse nuove, ma importanti ai fini del nuovo ballo, spesso nel ballo sono i piccoli gesti del mento, delle spalle, di una mano, a dare vigore al ballo.

Il ballerino deve anche sapere come sorprendere ed appassionare, e deve trovare il momento giusto per un caskè che sbalordisca e che intensifichi la danza senza superare la soglia del rischio e far cascar in terra nessuno.
A volte le richieste che vengono poste al ballerino sembrano chiare: insegnami questa o quella danza, ma in realtà il bravo ballerino è in grado di riconoscere la vera domanda, quella che non viene espressa direttamente, quella domanda di un ballo che spesso non si sa neppure nominare.

Il terapeuta ballerino riconosce il dolore che ha portato in terapia la famiglia e usa le parole giuste per riformulare la vera richiesta implicita e lavorare così sul vero ballo di cui la famiglia o il singolo hanno bisogno.
La professione del ballerino è molto difficile.

Si trovano infatti bravi ballerini giovani, ma eccellenti ballerini anziani, perché sapersi rapportare con tanti diversi e sempre nuovi partner e saper ricombinare i passi di danza su tutte le musiche che possono esistere, è difficile.
Come è difficile imparare a riformulare storie nuove per dare nuovamente speranza di crescita a famiglie che attraversano dolorose fasi di stallo evolutivo.

Il mio obiettivo personale e professionale è di migliorarmi ogni giorno per diventare ed essere sempre una brava terapeuta/ballerino.